Quel dì, che scatenate
Dal cenno di costui che il ciel promette,
Per le vie di Perugia insanguinate
Correan le sue vendette.

Cinti di ferro, e d'oro e sangue ingordi
Rupper ne le mie case in un momento
Gli sgherri di costui feroci e sordi
Come tigri in armento.

E i miei due figli, i miei leoni intanto
Non erano con noi!
Pugnando a l'ombra del vessillo santo,
Caduti eran da eroi!

Nè mi fu dato, oimè, baciar le care
Teste morenti e udir le voci estreme,
Comporre i corpi vostri entro le bare,
A voi morire insieme!

Ben dei pargoli vostri e de le amate
Spose lo strazio vidi
E il vitupero!… Oh! in me, in me sol vibrate,
Empî, i ferri omicidi!

Ultimo caddi. Or paradiso, o inferno,
Vedi? o vecchio feroce, io non aspetto:
Dio qui mi manda; e qui starommi, eterno
Fantasma, al tuo cospetto!—

Tacque, e due sovra gli altri orridi in vista
Fuor de la calca si avanzaron: muti,
Rigidi, ritti ritti, lenti lenti
A le due sponde del funereo letto
Stettero; e, del lenzuol freddo scoprendo
A viva forza del morente il capo,
Tentennâro i crocchianti omeri. Come
Da l'ultimo edificio, allor che trema
Sussultando la terra, e bianchi in viso
Fuggono i passegger, cade un divelto
Sasso, e paura ai fuggitivi accresce;
Così a quel poco tentennar divisi
Lor cascano li teschî rilucenti,
Che balzando e mettendo orrido un suono
Ruzzolan sul marmoreo pavimento,
Come vediam dietro ad arancia o mela,
Che per trastullo il genitor gli lancia,
Correre il fanciullin con passo incerto;
Quando più crede che le sia da presso
E già già la raggiunga, ad afferrarla
Gittasi, e quella, che ad avverso oggetto
Battuta è intanto, retrocede o volge
Per via diversa, e il seguitor delude,
Che il piccioletto cor gonfio di bizza
Carpon, carpon la insegue, e non si cheta
Pria che in pugno la stringa e la riporti
Al genitor, che sorridente incontro
Gli apre le braccia, e sopra al sen lo accoglie;
Tal dopo ai proprî teschî si lanciarono
I mutilati scheletri; da terra
Li raccattâr; fra' cricchiolanti carpi
Li strinsero, e con fiero atto al morente
Li avvicinâr, mostrandoli. Fremea
La turba, come avvien, quando improvviso
Sguiscia aquilon su l'arido scopeto
De la foresta; ma parola o voce,
O moto alcuno non mettea l'oppressa
Anima del morente: il dubitoso
Spirito avea tutto negli occhi; un cupo
Rantolo gli stridea per entro ai duri
Visceri, perocchè, simile a un ferreo
Non unto filo di dentata sega,
L'ultime fibre gli rodea la Morte.
S'avvivarono a un tratto i mozzi capi,
E battendo le labbra e le palpèbre
In terribile forma, e sangue e detti
Fuori gemean de la divisa strozza.
S'appressarono allor quanti d'intorno
Eran spettri e fantasmi, ed in quel sangue
Tutti tingendo fieramente il dito
Segnarono sul fronte il morituro,
E gridarono insiem: Sii maledetto!

A quel tocco, a quel grido, immantinente
Si scosse, si agitò, tutto si storse
L'irto veglio, qual suol malaugurosa
Nottola da le unghiate ali, qualora
Dispietato monel con improvvisa
Canna l'abbatte, ed al nemico lume
L'appressa sì, ch'ella bestemmî e strida.
Ma qual putida ràzza, che, di mano
Sguizzando al pescatore, agita al suolo
Le acute pinne e la scabrosa coda,
Finch'egli irato la riprende, e sbatte
Contro un sasso, e l'acqueta ne la morte;
Così fuor dal lenzuol frigido a terra,
Dibattendo le flosce membra, piomba
Il tormentato agonizzante; i gialli
Occhi stravolge, e mugola: Perdono!

Sparîr gli spettri; su la fredda soglia
Lucifero comparve, e disse: È tardi!

CANTO QUATTORDICESIMO.