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I comunicati del Comando supremo accennarono ancora, il 27 di maggio, a questi luoghi, annunciando estesa l'occupazione del terreno verso nord e nel tratto tra l'Idro e il Garda; il 30 specificarono l'occupazione di Cima Spessa, che domina la vai d'Ampola, comunicante con valle di Ledro; finalmente, il 2 giugno, annunziaron l'occupazione di Storo e di Condino e il collegamento di queste truppe, su per valle Daone, con i reparti alpini scesi sul Chiese dall'Adamello. Ma non basta avanzare. La conquista, arrivata direttamente ad un punto, si ferma ivi per qualche tempo, ma durante questo si allarga, si consolida tutt'all'intorno. Una prima avanzata per un tratto del fronte è fatta come di punte che si spingono avanti penetrando saldamente nella carne viva del paese di conquista. Poi a poco a poco gli archi che collegavano quelle punte si stendono, si appianano, vengono a stringere più da presso e rafforzare ai fianchi quelle sentinelle; e così rendono possibile a queste un altro lancio in avanti. Intanto occorrono azioni parziali di difesa, difficili come conquiste generali. Il 27 di giugno con un'audace spedizione un piccolissimo reparto di alpini riuscì a spingersi nel Ponale e interrompervi l'impianto idroelettrico che serviva i grandi proiettori elettrici con cui gli austriaci potevano vigilare i nostri movimenti notturni. Tutto il luglio fu impiegato nel respingere i tentativi nemici frequentissimi contro Val Daone, che avrebbe aperto loro la strada al Tonale e alla Valcamonica, e interrotta la stretta unità da noi faticosamente ottenuta tra le truppe operanti dallo Stelvio all'Adamello, e quelle operanti in Val Giudicaria: si snidarono quelle contro Passo di Campo, Cima Boazzola, Malga Leno. Importantissima su tutte, l'occupazione di monte Lavanech e di Cima Pissola ci dava, il 26 di luglio, il completo possesso delle alture del versante destro di Val Daone.[2]

Anche nella valle oltre l'Idro dunque, e nelle valli laterali verso il Garda, continua un'azione lenta di consolidamento, d'arrotondamento; sono costoni, cime, passaggi, che di giorno in giorno, a pezzi, vengono strappati al nemico: sono opere d'offesa che si spostano, è la prima linea che tende a diventar retrovia. Ed è, anche, dietro questa, il paese di confine che ricompone la propria fisionomia a paese d'interno, la città dominata che impara a respirare da città libera, il villaggio desolato e vuotato dalla guerra che viene ripopolandosi e riprendendo la propria vita di lavoro.

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Com'è triste un villaggio vuotato dalla guerra! Non al primo aspetto, che anzi è lietissimo. Le case più grandi sono piene di soldati: e qui non è il soldato impaziente che abbiamo visto nelle retrovie di Valtellina, immalinconito dall'attesa del fuoco. Qui i soldati sono quasi nel vivo della guerra; l'azione maggiore può attenderli da un momento all'altro, e intanto le azioni minori sono frequenti e le mani non stanno mai troppi giorni inoperose. Perciò questi soldati sono allegrissimi, e il loro moto per la piazza e nella via maggiore del paese e su e giù per le scale delle case ridotte a caserma, è rumoroso e pieno di canti e di ragazzate gioconde.

Ma nelle strade minori stringe l'animo un gelo di morte. Quasi tutte le case sono aperte, le imposte e le porte a metà divelte. Su per le scale sudice son rimaste le miserabili tracce della fuga precipitosa. Nelle stanze qualche resto di masserizia, qualche vestito cencioso, qualche suppellettile, si trascinano penosamente lungo i muri brulicanti di ragni stupefatti.

A monte di Condino è un vecchio convento, nelle stesse condizioni, ma grande, arioso, aperto a panorami accidentati e verdissimi. Anche qui la stessa desolazione, e in più molta paglia, un po' dappertutto, chè i soldati austriaci dovettero rimanervi acquartierati qualche tempo prima di ritirarsi. Ma non c'è il senso della vita familiare messa in fuga, e le madie zoppe e le sedie spagliate su cui si mescolano in orgia pezzi di bottiglie, gabbie per canarini e manuali di Filotea, fanno piuttosto ridere che piangere. Il sentimento è forse colpevole, ma me ne confesso candidamente. Salito per scale a pioli al solaio del convento, scopro un cimelio prezioso: una vecchia giubba azzurra di soldato austriaco. La prendo con molta cautela servendomi di un bastone, m'affaccio alla finestra di un abbaino, e di lassù la butto a un bersagliere che dalla strada sta a guardarmi, un po' scandalizzato dalla mia invadente curiosità: ma l'accoglie in gran gioia, e corre via a mostrarla ai compagni.

E mentre m'indugio un po' ancora, affacciato lassù a scrutare l'accavallamento dei monti, a cercar di capire, con le mie incerte cognizioni topografiche, quali di quelli sono ancora dell'Austria, ecco dall'ala destra mi giunge un suono ancora non noto e attraversa l'aria sopra il mio capo. È una specie di breve miagolio, e si tramuta subito in uno stridìo acuto e rabbioso, circolare, come un trapano che succhielli rapidissimo l'aria; poi un rombo, il rombo ormai familiare del cannone; poi un piccolo scoppio. Scruto attorno il cielo, le cime, la valle. Ma non mi accorgo di nulla. Vedo i soldati correre agli sbocchi del paese. Scendo e corro anch'io. Intanto s'è udito un altro miagolio, un altro rombo, un altro scoppio. Giù c'è un ufficiale che s'affanna a raccomandare ai soldati che non si facciano vedere.