Tocchi di giocondità, che non contaminano l'atmosfera eroica onde sono avvolte queste cime, ove il domani della nostra guerra si prepara più grande forse e più radioso che in qualunque altra parte del fronte.
Non occorre essere strateghi per avvedersene; basta la più umile delle carte geografiche.
Dalla Conca d'Ampezzo si svolge la vallata dell'Alto Boite, dalla Conca di Misurina la vallata dell'Alto Ansiei. Concorrono verso il nord, sboccano a Plattzewiese e a Landro, ci indicano la valle della Drava e la strada di Toblacco. Bisogna scendere alla vallata del Rufreddo, ove ci troveremo in faccia Croda Rossa, che ormai non ha se non degli osservatorii. Per ora siamo in quella della Rienz. Il Cristallo e il Cristallino sono nostri. Som Forca al Passo di Tre Croci, onde comunicano le due Conche, è stato incendiato. Quando il silenzio di tutta la cortina difensiva austriaca ce lo permetterà, occuperemo la cima di Montepiano.
Di là potrà forse sentire non so qual voce una contrada, non nostra, ma tale che condurrà quella voce al cuore dell'eterna nemica. Da queste cime verrà forse la parola della condanna alla nazione delinquente: all'alleato che nel vecchio confine impostoci aveva incluso, al ponte della Motta sotto Misurina, un tratto della nostra strada nazionale; che non aveva permesso alla nostra ferrovia di andare oltre Calalzo, mentre costruiva esso un forte in caverna sul Plattzwiese, e trincee di calcestruzzo a Montepiano.
La vecchia e gloriosa voce del Cadore la condannerà.
Intanto le sue nevi brillano, i suoi monti sfolgorano, il suo verde pare che levi polifonie di solennità verso il cielo. Scoppia fuori, intorno intorno per l'orizzonte, la roccia gialla tra lo stridore bianco delle plaghe di neve, pazzamente. E il perchè del giallo e del bianco non appare. Sono vecchi accordi tra la montagna ed il cielo.
Ospedale di cavalli
Valle del Piave, 13 settembre.
Corsie d'avellana, di pini giovani, di viti bionde; sale chirurgiche di prati verdi e di pendii rugiadosi; letti morbidi di paglia sul margine d'un ruscello o al piede d'un castagno: e intorno intorno, invece di malinconiche pareti bianche, coste montane che s'aprono in valli, lo scorcio di un fiume largo che dilaga nella lontananza, profili ambigui tra di nubi e di monti, che si sperdono nell'infinito del cielo. Fortunati cavalli!
Eppure il cavallo malato fa una gran pena. Oso dire che fa più pena dell'uomo, quando, s'intende, la malattia e dell'uno e dell'altro non è grave. Certe sale — non tutte — degli ospedali dei feriti leggieri riescono perfino a dare un senso d'allegrezza: quella che sgorga e si espande dalla gioventù invincibile di quegli arditissimi, accesi ancora del fuoco della battaglia recente, vibranti di ritornarvi.