Si udirono tre detonazioni; alla terza il capitano vide il suo generale rotolare giù per due metri dalla roccia, con la fronte sfracellata.
Tutti i soldati volevano uscire dalle trincee. Il capitano stentò a trattenerli. Ne chiamò due ad aiutarlo. Posero il generale a riparo d'una roccia. Furono loro portate tele da tenda, e su quelle cominciarono a trasportarlo giù. In un passaggio scoperto, per poco nuove fucilate non raggiunsero il convoglio: dovettero ripararsi e sostare venti minuti. Poi ripresero a scendere; a Vervei misero il cadavere nell'automobile, e la sera giunsero a Cortina.
La popolazione fu costernata. Egli era ivi, trasferitovi da Ala, da ventun giorni. Cento volte, anche in valle di Travenanzes, s'era esposto così. Aveva, come altri della sua tempra, la persuasione della propria invulnerabilità. E anche gli ampezzani che già lo amavano, anche i soldati che lo veneravano come un dio, dopo le apprensioni dei primi giorni avevano cominciato a credere che davvero il loro generale fosse inaccessibile al piombo dei nemici.
Eppure erano forse ampezzani coloro che non lo avevano creduto invulnerabile. I tiratori che sono con gli austriaci sulle Tofane, sono cortinesi. Un vecchio sessantenne austriacante, il cui nome, Pietro Alverà da Cortina, va tramandato per vergogna alla storia dei rinnegati, aveva fin da qualche giorno prima della guerra messi insieme sessanta giovani cortinesi della società dei tiratori col pretesto di perfezionarli nella caccia al camoscio, e, anche contro la volontà delle loro famiglie, li aveva trascinati sulle Tofane e messili al servizio degli austriaci; son essi che tirano di là sui passaggi, col fucile da camoscio, munito di canocchiale. Pianga oggi la pietà dei cortinesi, sulla tomba di Antonio Cantore, l'orrendo peccato dei suoi.
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Anche la conquista di queste cime è ricca di episodi di valore, che ormai non si possono più chiamare incredibili perchè sono quotidiani. Quando, a occupare completamente la posizione di monte Cristallo, compimmo l'operazione della Cresta Bianca, abbiamo fatto passare alpini e bersaglieri con ben seicento metri di corda. Ciò avvenne a quasi tremila metri d'altezza, e non furono pochi i casi di congelazione.
Della difficoltà di certe operazioni non occorre parlare: il Sompauses, per esempio, ove s'è combattuto un po' sempre e con effetti eccellenti, è disposto in modo che i colpi d'artiglieria che vi si tirano non possono esplodere che sulle rocce; gli austriaci sono in gallerie, nelle quali ritirano con facilità i pezzi, dopo lo sparo. Bisognerebbe, per averne ragione, far saltare l'intera montagna. A Landro, oltre i tre forti, tutt'all'intorno son posizioni preparate, e da lungo tempo. Sulla Tofana le nostre truppe — e sono intere compagnie — si trovano a 3200 metri d'altezza.
E ci vogliono rimanere. Era stato ordinato il cambio di truppe ch'erano a tremila metri. Un generale m'ha fatto vedere una lettera del capitano, per mezzo del quale tutti i suoi soldati, chiedendo perdono per l'infrazione alla disciplina, imploravano di rimanere, e adducevano per ragione che ormai essi s'erano perfettamente abituati alla temperatura di dieci gradi sotto lo zero, e che conoscevano i passi sicuri.
Sulla cima del Cristallo un ufficiale salito a visitare i soldati, credè opportuno confortarli facendo loro pensare al tempo in cui sarebbero tornati. Rifiutarono ogni conforto, asserendo: — Stiamo benissimo qui. —
Nè manca, tra gli episodi eroici, qualche tocco di comico. A Col Rosà (già osservatorio austriaco per i tiri preparati contro la conca di Cortina, ora nostro), tre alpini erano stati fatti prigionieri dagli austriaci. Un bel giorno i tre soldati ritornano ai nostri avamposti, tra la gioia e lo stupore dei loro compagni. E narrano che, essendo sotto la guardia di un solo soldato, un tirolese, lo avevano assalito, pur essendo inermi, e imbavagliato, e così gli erano fuggiti, portandogli via parecchi oggetti tra i quali una tenda da campo e un eliografo, che consegnarono all'ufficiale. Divennero gli eroi dell'avamposto. Senonchè due giorni dopo noi prendemmo di sorpresa prigione tutto il corpo di guardia austriaco e lo portammo al nostro campo. Tra i prigionieri era il famoso guardiano tirolese, che appena visti i tre alpini si gettò tra le loro braccia baciandoli con effusione. Erano amicissimi, e manifestamente, per fuggirgli e portargli via la tenda e l'eliografo, non c'era stato bisogno nè di assalto, nè di bavaglio, nè d'altra violenza.