La conca in mezzo a cui s'adagia Cortina, è inquadrata tra il gruppo del Cristallo e quello delle Tofane, e si sfoga verso Podestagno. La nostra occupazione si spiega dal Cristallo su Cresta Bianca, per la rocciosa montagna di Fiammes (e verso la valle di Rio Bosco per il monte Zurlong) fino ai piedi boscosi dei monti Cadini, sotto al Sompauses non ancor nostro, a Podestagno (punto morto rispetto ai tiri del Sompauses stesso) che fu occupato il 9 di giugno. Di qua dalle Tofane è il dosso di Landro, di là Val Travenanzes, che noi stiamo battendo.[6]

Al primo annuncio della guerra imminente gli austriaci fuggirono da Cortina, fecero saltare il ponte di Podestagno — un ponte alto cinquanta metri sul livello dell'acqua, che ivi procede incassata tra due muraglie a picco — e si ritirarono sulle loro posizioni, portandosi via i funzionari pubblici, compreso il medico: Cortina rimase otto giorni senza ufficiale sanitario. Ciò avvenne tra il 10 e il 15 di maggio, prima della dichiarazione di guerra. Noi entrammo il 29; la popolazione ci accolse con calma e subì con rispetto il disarmo, che fu eseguito dopo tre o quattro giorni. Ci fu qualche sospetto di segnalazioni, subito impedite. Le guide erano state portate via tutte fin dal primo giorno.

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Del resto Cortina d'Ampezzo, non dico di spirito, ma di aspetto esteriore, ha sentito l'influenza della lunga dominazione austriaca e della frequentazione tedesca come luogo di villeggiatura. Ha perduto ogni bel carattere di paese italiano d'alta montagna. Penso con nostalgia, a Cortina, al bel focolare friulano visto pochi chilometri innanzi, a Borca; un focolare esagonale di pietra, in mezzo alla stanza, con una tettoia a orlo ripiegato e frastagliato, con l'alare unico che ne traversa in largo tutto il piano, con tutti i suoi annessi — palette, molle, catene — appesi dall'una e dall'altra parte alle due colonnine dell'alare, e un bel fuoco di legna nel mezzo, e intorno intorno volti cordiali e ridenti. Cortina d'Ampezzo non è che una ordinata esposizione d'alberghi pretenziosi e di botteghe con le grandi insegne chiare e burocratiche, che vi assaltano. Passeggiando in Cortina non si fa che leggere insegne. E con la sua fontanina, col suo campanile assettatino dalla punta aguzza, con l'ordine nitido delle sue strade, con la sua posizione di cittadina ben collocata, proprio in mezzo alla conca, e ferma lì, senza fumo di focolari, senza grida, senza pàtine, pare una città che si sia tirata in giù la giacca e stia ferma in posa davanti al fotografo di provincia, per farsi prendere il ritratto. Cortina d'Ampezzo, vista dall'alto o dal piano, di dentro o di fuori, nell'insieme o in particolari, è la città-cartolina illustrata per eccellenza. Ha una sola caratteristica: le beghine, numerosissime: visi duri e grinzosi, che escono dalla chiesa e traversano la piazza con occhiate rapide e subdole, sotto ai cappellini ovali ampiamente piumettati di nero sul davanti, a tesa rigida calcata bassa sulla fronte a nascondere gli sguardi sospettosi. Era domenica, e nella chiesa si cantava l'evangelio propiziatore per il raccolto; e cantavano con molta intonazione e con una precisa espressione. L'anima del paese è, credo, sinceramente religiosa e mite; nè sarà difficile togliere la crosta di cattolicismo politicante e di svizzerismo locandaio che la dominazione austriaca e la frequentazione tedesca gli hanno imposta.

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Chi ne volesse un chiaro segno, non avrebbe che visitare, nel piccolo cimitero vicino alla città, la tomba del generale Cantore. C'è sempre qualche cortinese commosso là davanti; c'è spesso un fiore fresco aggiunto da un paesano a quelli che i soldati vi mantengono perennemente; tra le corone secche, rimaste a memoria dei funerali, molte sono di cittadini, e non corone ufficiali, ma poste dal cordoglio sincero e dal risvegliato sentimento d'italianità di compaesani anonimi. Anche qui, come ad Ala, il culto di Antonio Cantore sta facendosi nucleo ed espressione di tutto un orientamento nuovo della mentalità e del sentimento del paese. Vorrei dire che il primo giorno dell'italianità nuova di Cortina d'Ampezzo non fu il giorno — 29 maggio — dell'entrata dei nostri, nella prima avanzata; ma quello — 20 luglio — in cui videro l'uomo che fino al dì innanzi avevano amato vivo e operante coraggiosamente per la loro libertà, portato qui dai suoi soldati, morto da una palla austriaca, o forse ampezzana.

Gli austriaci tenevano le Tofane, e di là minacciavano la nostra occupazione su Vervei e su Cortina stessa. Le operazioni sulle Tofane erano dirette dal generale Cantore. Alcuni battaglioni, protetti dall'artiglieria, arrivarono sulla prima Tofana, ma vi trovarono un passo reso inaccessibile dalla guardia continua di tiratori scelti.

Cantore, avuta notizia dell'eccellente effetto prodotto dalla nostra artiglieria, volle andare in persona a rendersi conto della situazione, e al tocco del 20 luglio vi si avviò in compagnia del capitano Argentero dello Stato Maggiore. Giunsero in automobile a Pocol, proseguirono sui muli; alle cinque e un quarto erano sul posto. Da un solo punto si apriva la posizione, cioè da una specie di trincea aggiustata nella roccia, duecento metri al disopra del rifugio ov'erano appostati i nemici. I quali, secondo il loro sistema, sparavano il fucile a intermittenza, un colpo ogni sette od otto minuti.

Cantore raggiunse quel punto; ma di là non si vedeva donde partissero i tiri, nè come si coprissero i tiratori. Ne domandò a un soldato, il quale rispose che forse il punto poteva scorgersi di più giù, piegando verso destra. Il capitano vi scese, dopo un'ora risalì a riferire al generale che nemmeno di giù si poteva veder nulla. Allora entrambi risalirono, e trovarono finalmente una roccia che sporgeva proprio al disopra del crepaccio occupato.

Erano di poco passate le sei, e Cantore aveva il sole in faccia; per questo non vedeva abbastanza bene. Ma il luogo di osservazione migliore era appunto quello. Allora egli sporse un poco la testa.