Le nostre truppe risalirono il Natisone, passarono il confine, e per Creda si irradiarono verso il costone del Polenik. Intanto (siamo ai primissimi giorni della guerra) altri reparti hanno occupato Caporetto, e anche di lì muovono verso il monte. Ma appunto allora il mal tempo impedì di procedere subito all'assalto del colosso, una nebbia ogni giorno più fitta impediva le osservazioni, le piogge continue gonfiavano l'Isonzo che straripava e distruggeva i ponti destinati al passaggio; tutte le strade di accesso erano diventate torrenti, ogni crepa del monte, ogni anfratto, eran fatti ruscello fangoso o pozzanghera. Così il nemico ebbe tempo di guarnire la posizione di trinceramenti formidabili e di truppe fresche e di artiglierie multiple, mentre allo scoppio della guerra il luogo pare fosse in mediocri condizioni di resistenza. I nostri aspettavano il momento propizio e intanto in quotidiani episodi di pattuglie lo tentavano, lo limavano con frequenti prese di prigionieri, ne assaggiavano la resistenza. Il 31 maggio fu cominciato l'attacco con l'assalto al forte di Pleka, alle radici sud-occidentali del monte.
La nostra fucileria combatteva contro le mitragliatrici, cui s'aggiungevano grossi reparti d'artiglieria appostati nel versante opposto del monte.
Per un momento la sorte parve decisa contro di noi, e gli austriaci uscirono dai forti. Ma intanto gli alpini girando attorno alla montagna su per il sentiero da Spilka a Zaslap, ne avevano raggiunto i più alti dirupi, e calatisi da quelli con corde attaccarono alle spalle il corpo austriaco e lo distrussero, alcuni uccidendone alla baionetta, altri precipitandone giù per le fosse, molti prendendo prigionieri: Pleka fu nostra.
Da Pleka due giorni dopo la fanteria attaccò la vetta del Monte Nero; intanto dal sud i bersaglieri e altra fanteria mossero contro la cresta del Mrzli, sentinella avanzata del massiccio verso Tolmino. Partiti verso sera da Luico attraversarono l'Isonzo e la Libussina, occuparono Salisca e Versno, e poco di poi, sul far della notte, raggiunsero il nemico riparato in trincee blindate: vegliarono tutta la notte silenziosi tra le rocce, e la mattina ingaggiarono la lotta, quell'accanitissima lotta nella quale cadde il colonnello Negrotto. Alpini da una parte, fanteria e bersaglieri dall'altra, presero in mezzo il nemico, lavorando di baionetta; la sera avevano conquistate cinque linee di trincee. La lotta continuò i giorni seguenti per l'allargamento e il rafforzamento della posizione. Fu allora, 11 di giugno, che il nemico tentò quell'aggiramento del monte dalla parte di Plezzo, di cui abbiamo già fatto cenno. La notte sul 16 ebbe luogo un'azione di una particolare importanza. Lungo le balze che s'appoggiano da settentrione alla vetta principale di Monte Nero, il nemico era riuscito a disporre appostamenti: le nostre truppe alpine ebbero l'incarico di snidarli. La notte scalarono le rocce, e all'alba compirono, sotto l'intenso cannoneggiamento, l'assalto, reso più che mai difficile dalle posizioni dominanti degli assaliti. L'attacco ebbe pieno successo: gli appostamenti furono distrutti. Il comunicato che il 16 giugno ne dava notizia, annunziava ch'era stata accertata fino a quel momento la cattura di trecentoquindici prigionieri tra i quali quattordici ufficiali: ulteriori accertamenti permisero al comunicato seguente di elevare a seicento la cifra dei soldati e a trenta quella degli ufficiali.
Nel pomeriggio di quel giorno stesso un battaglione ungherese proveniente da Planina Polje (a nord-est del monte) girando tra il Wrsik e gli estremi contrafforti orientali del Polenik, pronunziò un violento attacco contro la nostra posizione di Za Krain: fu contrattaccato e annientato. Il 21 un nostro battaglione di alpini si incontrò per la prima volta con rilevanti forze alpine giunte dalla Galizia, e le attaccò, respingendole e decimandole.
Attacchi, contrattacchi, azioni parziali d'artiglieria, di fucileria, di corpo a corpo, continuano, quotidiane, a mantenere il nostro fronte e permettergli di fortificarsi. Così s'arriva all'11 di luglio. Nella notte dell'11, approfittando dello scatenarsi d'un furioso temporale, gli austriaci tentarono un attacco di sorpresa contro le nostre posizioni. Ma i nostri non si lasciarono sorprendere: alla scalata dei nemici rispose pronto l'allarme dei nostri alpini; s'impegnò una lotta furiosa, su picchi a duemila metri, tra il lampeggiare del cielo e il tonare dei cannoni, sotto la pioggia a rovesci che trasformava in torrente ogni ruga del monte che scatenava una cascata giù da ogni crepa. Lo scoppio delle granate si mescolava al folgorare delle baionette. Gli assalitori furono distrutti, col piombo, con le lame, con lo scaraventarli giù dai burroni precipitosi.
Per parecchi giorni la situazione rimase invariata, sebbene il nemico, con rapide irruzioni notturne e col tempestare delle artiglierie grosse, tentasse continuamente di logorare le nostre forze, d'impedirne il consolidamento, e soprattutto di obbligare le nostre batterie a scoprire, con la vampa dei tiri, le proprie posizioni. Ma nella notte è quasi impossibile individuare le batterie, perchè la vampa appare sempre di parecchio più alta del suo luogo reale.
Intanto procedeva la nostra lenta avanzata lungo la cresta di Luznica, sebbene il nemico, specialmente nel triplice accanitissimo attacco del 24 luglio, tentasse di attaccare quelle posizioni. La lotta continuò i giorni seguenti tra la nebbia fitta che saliva dalla vallata, tranquilla e idillica sotto quella tempesta di fragore, di gloria e di morte.
E continua ancora. Ogni costa, ogni cima, ogni incavo del massiccio, rappresenta della nostra conquista l'episodio d'un episodio, ma vale di per sè tutto un poema. Meriterà, per esempio, una sua storia particolare la occupazione di quella Mrzliwrh (Cima Fredda) che, come ho già detto, è la sentinella avanzata di tutto il massiccio verso mezzogiorno. Merita il suo nome: vi nevicava assiduamente fin dall'agosto, sebbene essa non superi i 1360 metri d'altezza. La conquista dev'esserne condotta per tutti i versanti, e procedette e procede tra numerosi casi di assideramento. Non ha che un accesso: un canalone ripido, strozzato, sdrucciolevole, dall'alto del quale il nemico saluta con le mitragliatrici chiunque ne tenti la scalata, già ardua e faticosa nelle migliori condizioni. Ma i nostri l'aggirarono, l'assediarono; e l'assedio dura ancora, sempre più stretto, più soffocante, da Caporetto e da Luznica, come una lenta tenaglia che si chiude e stritola.
La lotta continua, e sotto il monte tempestoso, Tolmino, bianca con le grandi caserme davanti al nastro smeraldino del fiume, già sgombra di nemici, aspetta ancora che sia possibile l'entrata dei nostri.