Dopo lo sgombero del paese, le azioni parziali intorno alla località furono frequenti. Il 21 di agosto le nostre truppe ripresero l'offensiva e raggiunsero la linea Pluzna-Cezsoca, mettendosi a più stretto contatto con la Conca, restringendo l'accerchiamento iniziato con l'azione di pochi giorni innanzi verso Javorcek.

Il 26 gli alpini prendevano altri trinceramenti sulla costa meridionale del Rombon. Dopo altri due giorni le nostre artiglierie, con tiri aggiustati contro la valle Lepenie, erano riusciti ad arrestare completamente il transito nemico lungo la rotabile dell'Alto Isonzo. Il nemico tentò invano, i giorni seguenti, di indebolire le nostre posizioni alle falde del Rombon con fuoco di artiglieria e fucileria, mentre lanciava inutili granate incendiarie su Plezzo: come inutile era stato un suo precedente tentativo per valle Slatenick: come inutile riuscì un terzo per valle Koritnica. Anche dal Predil una colonna nemica tentò di muovere verso Plezzo, ma i nostri cannoni l'obbligarono a retrocedere. Così gli austriaci tentavano uno dopo l'altro tutti gli accessi, forse più per riconoscere lo stato delle nostre difese che non per speranza di riprendere la posizione. Le posizioni a oriente del vallone dello Slatenik furono tentate novamente la sera del 10 settembre. I nostri ebbero il sangue freddo di lasciar accostare il nemico, e solo quand'esso fu vicinissimo gli si scagliarono contro alla baionetta e lo misero in fuga dopo una violenta mischia.

Allora fu la volta nostra di attaccare: e attaccammo, il 13 di settembre, le posizioni nemiche del versante orientale della conca, in terreno asprissimo, incontrando una resistenza accanita, sostenuta da numerose e potenti artiglierie; i nemici lanciarono anche bombe asfissianti e liquidi infiammabili.

Esso versante orientale è costituito dal massiccio del Javorcek e dallo sperone dello Svinjah: tra essi scende impetuoso l'Isonzo. Il nostro attacco portò a sensibili progressi sull'alto contorno della conca, cioè sul ciglio del Javorcek.

Uno degli ultimi bollettini, quello del 18 settembre, ci comunica che, compiuto oramai l'assetto difensivo delle posizioni conquistate, fu ripresa l'offensiva lungo tutta la fronte d'attacco, “dalle aspre balze del Rombon agli insidiosi pendii boscherecci del Javorcek e alle nude rocce del Lipnik”. In tutto il fronte l'attacco riuscì ad avvicinarsi alle linee nemiche, ad aprirvi brecce, e per una di queste, sul Javorcek, a prender trinceramenti, a far saltare fortini, a occupare osservatorii.

Ora la lotta di fucileria e di bombe a mano continua, fra le trincee vicinissime, come continuerà probabilmente la serie degli attacchi e dei contrattacchi. Troppo è importante la conca per tutto l'insieme della nostra offesa, per tutto l'insieme della loro difesa. Pensate. La stretta di Plezzo conduce, per il passo del Predil, a Tarvis, nodo da cui si dipartono due delle arterie principali dell'Austria. L'opera della Conca di Plezzo su Tarvis deve continuare e avanzare quella delle alte valli carniche orientali su Malborghetto. Nello stesso tempo la Conca di Plezzo regge tutto il settore del Monte Nero e dell'Alto Isonzo. Essa è il nodo o il pugno in cui si stringono le due vie della nostra guerra: quella settentrionale che minaccia la vita del nemico nel suo cuore, quella orientale onde l'Italia redenta move verso le plaghe più vive dell'Italia da redimere.

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Ma la guerra dell'Alto Isonzo si compendia, si concentra, s'impersona, si stringe e accavalla più dura più solenne più grandiosamente eroica che intorno ogni altra vetta, intorno a Monte Nero; il Monte Nero, che domina Tolmino, nodo di tre strade di straordinaria importanza: quella a nord che per il Predil congiunge val d'Isonzo a val di Sava, quella che verso oriente conduce a Lubiana, quella che a mezzogiorno scende a Gorizia.

Salendo (attraverso alcuni ombrosi, sassosi, malinconici, sudici e pur non sgradevoli paesetti slavi, ora quasi del tutto sgombrati di popolazione civile) a qualcuna delle alture che da Caporetto in giù si inarcano parallelamente al nostro vecchio confine — più in qua — e alla grande curva del medio Isonzo — più in là — al passo di Zagradan, per esempio, o a Jeza, o al Korada, ecco Tolmino, con le sue grandi caserme bianche e il ponte fatale, e l'Isonzo, striscia verdissima come ritagliata da un favoloso oltremare e disposta sopra un ghiareto candido che la margina, all'una e all'altra riva, lungo tutto il suo serpeggiamento. La vista è dominata a sinistra, in una lontananza misteriosa, dalla fronte ossuta e scabra dell'enorme massiccio di Monte Nero, elevato sopra tutto il giro dei monti che segnano la riva sinistra del fiume e vi digradano dolcemente, mentre dall'altra riva lo stringono da presso ripidissimi.