Ma poichè i bollettini non ne hanno mai fatto cenno, forse perchè è apparso che l'episodio, sebbene lusinghiero per noi, non avesse grande portata strategica, non mi ci soffermo di più.
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Volendo e potendo soffermarsi sugli episodi, ce ne sarebbero in quantità; ma creda il lettore — se mai dall'odierno avvicinamento della stampa alla guerra combattuta si aspettasse una fresca mèsse di aneddoti eroici — creda il lettore che l'aneddoto singolo, l'episodietto staccato e ben conchiuso, se contribuirono da principio a darci un'idea chiara del valore e dell'energia personale — straordinarissima — dei nostri soldati, nulla valgono all'intelligenza della guerra nel suo complesso e nel suo svolgimento, nel suo organismo e nella sua dinamica: anzi distraggono, smembrano, frammentano. La guerra, la nostra guerra presente sopra tutte, non è un accumulamento, un sèguito, una somma di episodi, così appunto come un corpo vivo non è una somma di membra; e una guerra è un organismo vivo, e come ogni cosa che vive è un'idea che si attua, un pensiero che s'incarna nell'azione. E l'idea è unica, l'azione è unica: anzi idea e azione non sono scindibili se non per uno sforzo di astrazione che è necessario ma non corrisponde alla verità, costituiscono pur esse un indivisibile unico, anche se si raccontano a giornate, a momenti, secondo limitazioni di tempo e di spazio necessarie alle limitazioni delle facoltà umane. L'anatomia si fa sui cadaveri. Invece lo sforzo dell'uomo dev'essere appunto di superare al possibile la limitazione delle proprie facoltà fisiche, di costringersi a vedere nella storia non il fatto il momento la materia, ma la linea la vita l'anima; e noi nel caso nostro particolare dobbiamo sforzarci a contemplare e penetrare la nostra guerra presente sotto la specie della storia, che non muore. Non vogliamo abbandonarci alla curiosità della contingenza, sia pure eroica: tentiamo di accostarci all'anima immortale della guerra che è tutta la vita nostra dell'oggi e del domani.
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Come certe congiunture suscitano rapidamente gli affetti! Salutiamo i soldati dello Stelvio e di Valfurva, ove abbiamo passato poche ore, con la malinconia con cui si salutano amici assai cari, separandoci per vie diverse che probabilmente non s'incontreranno mai più.
Abbandono l'alta valle che s'immalinconisce delle prime piogge e dei primi freddi montani: i miei amici che restano non si accorgono ancora del freddo, tale è la fonte di calore che arde nei loro petti. Forse se ne avvedranno solo quand'esso li costringerà a una inazione anche maggiore.
Perchè presto, a superare i brevi duelli delle pattuglie che si sorvegliano dai picchi dalle conche e dai pendii, calerà ironica silenziosa e crudele la neve.
Ridiscendendo a valle, il chiarore mal certo del primo crepuscolo ci permette di cogliere tra la pioggia rada i colori e le forme in cui si snoda la strada e in cui s'inquadrano i piccoli villaggi solidi e grigi.
Vorrei percorrerla sempre di notte, questa strada silenziosa, per non vedere sulle case esterne dei paesi, sui muri di cinta e persino sulle rocce più in vista, le maledette scritte in tedesco che indicavano fino a poco tempo fa il migliore albergo o il più famoso luogo di villeggiatura o di cura agli insospettati nemici della nostra e di tutte le genti civili.
Le scritte mi perseguitano con un fastidio crescente. Qualcuna è stata cancellata, le più sono rimaste, e non perchè qui non si odii abbastanza il tedesco, e molto meno perchè si creda ch'egli un giorno possa ritornare, ospite ingombrante mal pagante e corruttore, in questo paese che non ebbe mai bisogno di lui. Tutt'altro. Ma si lasciano per una certa indifferenza alle manifestazioni esteriori, che ho riscontrato in tutti i paesi che si trovano assai vicini alla guerra.