È naturalissimo. Questi paesi combattono anche nella loro vita civile la guerra, assai più sensibilmente delle città lontane. Qui ognuno ha, a ogni giorno, a ogni ora, l'opportunità di prestar mano a un'opera di preparazione militare, di aiutare un soldato, di sacrificare materialmente un poco di sè e delle cose proprie. Che importa se un nome tedesco nereggia sopra una roccia dura e bruta come il nome e come chi lo portava?

L'impassibile montanaro passa oltre. Se glielo fate osservare fa un mesto sorriso e una spallata. Ma se insistendo gli domandate:

— E se i tedeschi torneranno qui?

I mazzum tucc! (li ammazziamo tutti!) — vi risponde.

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La frase, risentita ieri, m'ha fatto ricordare l'impressione di ostinata e laconica solidità che i valtellinesi m'avevan dato circa tre mesi sono, quand'ero venuto qui a principio della guerra. Si aspettava da un giorno all'altro la mobilitazione. Avevo lasciato a Sondrio l'ultima dimostrazione patriottica. Poi, venendo su per Tirano a Bormio, spingendomi in qualche punta verso l'Aprica e verso Livigno, tendendo l'occhio e l'orecchio al Tonale e allo Stelvio, correndo quanto mi è stato possibile in qua e in là questa Valtellina, bellissima di verde e di rocce, immagine magnifica della forza concentrata, silenziosa e incrollabile, avevo provato sulle prime un senso di maraviglia, quasi di isolamento. Apparivano sui muri dei paesi i manifesti della mobilitazione; e a me, reduce dalle dimostrazioni espansive della pianura, pareva di sentire l'eco degli applausi enormi con cui la penisola li ha salutati; ma una eco appunto, confusa e lontana come il suono indistinto che si sente dal sommo delle montagne, che par giungere di là da una zona di silenzio, pare fatto d'infinità e di lontananza, di un altro mondo, di un'altra vita. Così a me passando allora per questi paesi, e vedendo i contadini quando si fermavano a leggere i manifesti, senza gridi, senza commenti, senza affollamento. Quasi me n'ero sgomentato.

Mi bastò parlare con qualcuno di quei contadini silenziosi — con qualche vecchio, con qualche donna — per capirli.

Io credo che in tutta questa valle non ci sia un solo uomo, una sola madre, una sola fidanzata, un solo vecchio, che abbia paura della guerra, nè per sè, nè per i suoi che vanno a combatterla. (Tranne coloro, s'intende, che per ragioni ovvie furono subito invitati a sgombrare, e non furono pochi). La seguono tutti, la guerra, uno per uno, con un fervore contenuto e saldo, e senza impazienza. Noi cittadini siamo abituati a vedere nella impazienza il segno e l'espressione dell'ardore. Stando qui poche ore, ci accorgiamo che il nostro scalpitare continuo di cavalli imbrigliati è un'inferiorità.

Qui hanno un'affermazione sola: “mazzà i tudesch”: ammazzare i tedeschi. E la dicono con calma, come un bisogno e un proposito ben maturi e ben saldi nelle loro anime incrollabili. Un bisogno e un proposito quasi personali. Non hanno bisogno di riferirsi all'esercito quando parlano della guerra imminente. Si sentono tutt'una cosa con i soldati: parlano in prima persona. Nessuna popolazione come questa mi ha dato il senso dell'unità perfetta tra la patria e i suoi difensori.

E per giungere a questo non hanno avuto bisogno di propaganda, di letture, di persuasione di sorta. C'erano arrivati subito, allo scoppio della guerra europea. A mezzo agosto alcuni contadini s'erano presentati al deputato del luogo annunciandogli il loro desiderio di costituire un corpo di volontari per la guerra all'Austria. Si erano già raccolti circa in settanta. A mezzo agosto 1914, notate; quando appena il nostro governo aveva dichiarata la neutralità, e noi si cominciava a disputare se dovesse essere assoluta o relativa, vigile o addormentata, risoluta o brachicalante, ecc. ecc. Quei valtellinesi ne avevano immediatamente intuìto il valore. Li guidava un vecchio di settant'anni, cui l'onorevole domandò... se si sentisse atto alle armi. Il vecchio rispose: “de mazzà un tudesch so' amò bon”: di ammazzare un tedesco sono ancora capace.