La causa di questa mia condizione non va cercata in un superiore disprezzo delle cose pratiche e mondane, ma in un fatto assolutamente morboso. Io m'ero svegliato quella mattina con una frase in capo, venutavi chi sa donde, ed era questa:

— La standardizzazione del ferro....

Certo i miei occhi dovevano aver letto quelle parole il giorno avanti scorrendo in distrazione la rubrica industriale di qualche giornale. Ma l'Antico Avversario s'era divertito a coglierle e metterle in serbo, per poi ficcarmele nel cervello durante la notte, quando le scolte dell'intelletto non vigilano alle porte.

— Che cosa, che cosa è mai la standardizzazione del ferro?

Così angosciosamente domandandomi camminavo. Non so se più m'irritava l'ignorare il senso di quella locuzione, o la sua forma fonica, fastidiosa d'imbarbarita civiltà. Invano cercavo una distrazione nelle cento immagini che le strade operose offrono ai più preoccupati passanti. A ogni insegna di ferro e a ogni rotaia di tranvai, mi avveniva di domandarmi:

— Chi sa, mio Dio, se quel ferro è standardizzato!

Passavano creature fascinose, ma non valeva la loro vista a consolarmi. E credo che se la più bella di esse m'avesse rapito e tratto a sè e offertami la bocca, io su quella avrei languidamente mormorato una sola parola:

— Standardizzarti....

E il mio stomaco era ancora digiuno.

In queste condizioni pietose giunsi alla mèta.