Mi parve che alzasse una mano verso me.
— Laura — gridai, e irresistibilmente levatomi mi lanciai verso le sue braccia. Ma d'improvviso a quel moto il campo dello specchio come in un baleno si vuotò, e davanti a me non era più nulla: con le mani urtai contro il vetro solido.
Ansando mi precipitai novamente a sedere. Lo specchio si scombuiò tutto di nuvole, come poco innanzi; poi le nuvole vaporando vidi tornata la figura di Laura, e il suo sguardo era ancora diritto nel mio. Laura ora stava protesa verso me, e tremando pregava:
— Non mi abbandonare.
Muti allora, per un tempo che parve immenso, ci guardammo così dolorosamente, abisso contro abisso; poi mormoravamo parole senza forma; e le nostre forme e le nostre voci eran vicine, sì che a un punto le anime crederono toccarsi; ma poichè le mani non potevano raggiungersi e sentirsi stringere vive, d'un tratto anche le nostre sostanze s'intesero disperatamente lontane: sentii lei più infinitamente remota da me che se l'avessi pensata senza vederne gli atti nè udirne la voce; e come nello spasimo di quell'assurdo ella a un momento apparve tutta spingersi a me col volto pallido e la bocca implorante, m'invase un così disperato e rabbioso furore che quasi cieco e pazzo mi levai, sradicata la poltrona dal suolo la scagliai contro il cristallo infernale che si sfranse col fragore di cento scoppi, mi sbattei ululando contro le pareti e l'uscio della cabina, ne fuggii non so come, distrussi non so che, precipitai invasato senza più pensiero o memoria non so dove: appena ricordo che per giorni e notti errai tremando le vie più paurose della città, come una bestia inseguita in caccia, sconquassato, pavido d'ogni ombra e d'ogni luce, scontroso a ogni forma apparente e mobile della vita; e solo dopo assai tempo riuscii per la stanchezza a sedermi placato, a ritrovare la mia casa e la consuetudine del mio pensiero e della mia vita: ma ivi chiuso per più giorni ancora me ne stetti senza voler vedere persona, macerato in un odio torvo contro ogni intelligenza dell'uomo, in un sincero spasimo di desiderio verso l'indifferente inerzia delle cose insensitive e dei bruti.
CAPITOLO OTTAVO IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA
1. Telefonico.
Ero appena disceso dal letto — s'era dunque, come è facile immaginare, di mattina — quando strilla il campanello del telefono. Reggendomi non so che con la sinistra, mi precipito di là e afferro con la destra il ricevitore. — Pronto! — Una voce qualunque (maschile) m'investe senz'altro, tutto d'un fiato, con le seguenti parole: — La prego, si trovi tra un'ora al Bar del Commercio, che devo farle una comunicazione importante. — Stavo per chiedere maggiori spiegazioni, ma un improvviso fragore d'olio friggente scaturì dalle profonde viscere dell'ordigno e per qualche minuto m'impedì di sentire o far sentire una sola parola. Poi d'improvviso le lontananze ignote trasmisero lungo il mistero dei fili sino al mio orecchio il più profondo glaciale universale silenzio. Provai a sonare chiamare urlare fischiare guaire, — ma ai miei sforzi più inumanamente rumorosi non rispondeva se non quel silenzio, così totale e impassibile che a un certo punto lo sentii sacro, e preso d'improvviso da un reverenziale timore di profanarlo riappoggiai piano piano il ricevitore al suo posto, sostai un istante trattenendo il respiro, poi in punta di piedi me ne tornai nella mia camera. Finii di vestirmi, e uscii di casa.
2. Patologico.
Andandomene a piedi (non ricordo il perchè: forse v'era sciopero di tranvieri e altri trasportatori della persona umana) verso il bar del Commercio, che era, ed è tuttora, al lato meridionale di piazza del Duomo — andandomene dunque a piedi verso l'arcano dell'anonimo convegno, mi avvenne un fatto alquanto singolare, cioè, ch'io non mi sentivo abbastanza incuriosito di quell'arcano, nè della persona, non ancora identificata, che m'aspettava laggiù.