Mi sporsi a guardare lo svegliarino. Taceva, ma guardava egli me con una specie di ghigno bianco schernevole. Segnava le sei e venti.

— Bisognerebbe risolvere.

Mi strinsi più forte tra le coperte, come nell'abbraccio d'un abbandono. Ora un tepore paradisiaco m'avea avvolto il corpo e lo spirito. Quel tepore mi spinse verso le morbide rotondità della retorica:

— Oh quanto sarebbe più nobile accontentarsi del piccolo bene presente: qualche ora di buon sonno! E, cosa indispensabile alla tranquilla coscienza, senza il danno di nessuno: Sua Eccellenza non può avere una così urgente necessità di farmi una posizione.

In quella si riaffacciò alla mia mente il dubbio sulla più probabile condizione dei peli facciali di Sua Eccellenza; e non potei trattenermi dal ridere. Da quell'immagine, per non so che sotterranei canali, mi ritrovai improvvisamente di fronte a un'altra figura, cioè alla donna che avevo vista passare impellicciata e profumata per le vie di Milano, la prima sera del mio ritorno alla città. Mi convolgevo così tra vaporati fantasmi di riso e di dolcezza. Ero quasi beato, con una punta di tremore. Quella mia annuvolata beatitudine fu lunga, vanì in un avvolgimento tepido di oblio attorno a tutta la mia sostanza. Fu lunga.

A un tratto m'accorsi sussultando ch'essa da incalcolabili momenti mi stava risospingendo subdolamente verso il sonno. Balzai, tesi il collo a guardar l'ora.

— Perdio! Le sei e cinquantacinque! Ho forse dormito?

Feci un calcolo rapido: venti minuti vestirmi, quindici di strada trovando subito una carrozza: e la barba? Anche a fare miracoli non era possibile esser da Sua Eccellenza prima delle sette e quaranta.

Il che sarebbe stato assai peggio che non andarci affatto. Non vedendomi, poteva immaginarmi morto: ma nulla avrebbe potuto giustificare un ritardo di quaranta minuti.

Mi rificcai sotto.