Cercavo, così stando seduto, di tirare in su le coperte fino al mento. Ma in quei moti grandi ventate gelide entravano sotto.

— Che ci vado a fare, in fin dei conti? Che cosa debbo dirgli?

Era troppo freddo a rimanere a quel modo. Mi rispinsi sotto per ritrovare un po' di calore prima di scendere dal letto. E ripresi a disputare:

— Bell'avvenire mi aspetta! Quella gente là s'alzano tutti a quest'ora? Lavorano come ciuchi. Per gli altri. E io debbo diventare di quella gente?

Ma poco di poi una domanda, una proposta, si presentò, non so donde, già formulata, non so da chi, nel mio cervello:

— Se non ci andassi?

Aspettavo da me stesso un'obiezione. Invece arrivò un rincalzo:

— Se mi fossi ammalato questa notte?... Ci andrei un'altra volta.

Diventai sottile, quasi arguto:

— Vediamo. Il colloquio di stamattina non può avere nessun carattere di indispensabile e di definitivo. Ieri a desinare non lo sospettavo neppure. Sua Eccellenza non è, suppongo, venuto a Milano per questo. Può, da un fatto così poco determinato e privo d'ogni carattere di coscienza e di necessità, può nascere una cosa importante qual'è l'avvenire d'un uomo? Evidentemente no.