Ma non mi riuscì di ritrovare subito il solido sonno delle mie notti d'innocenza. L'inquieta larva dell'ambizione venne a poggiarsi sul mio guanciale, nel punto che stavo assopendomi, e di lì cominciò a torturarmi con insidie vili e sottili. Intravidi un lunghissimo porticato marmoreo, sotto cui svolgevasi come una maestosa e sterminata panatenaica, e io da un trono sfavillante la contemplavo passare sotto i miei piedi e perdersi nel lontano verso un cielo marino. Ma già i marmi s'erano disciolti e alla luce solare era successa l'ombra funerea d'un non so qual salotto o gabinetto arcigno, e io stavo ingarbugliando sconnessi discorsi a un uomo sdegnoso, che un po' apparivami raso come un quacquero e un po' barbuto come un merovingio; e avvedendomi del mio divagante parlare incespicavo, e non osavo dirgli che la causa n'era quella sua forma mutevole. D'un tratto, chinando gli occhi, m'accorsi che non avevo la cravatta, e che il merovingio anglosassonizzato guardava duramente allo sparato ignudo della mia camicia: il quale contrattempo completamente mi paralizzò.

A questo punto m'addormentai meglio, ma il mio sogno mi riferì a preoccupazioni più pratiche e reali. Cioè, sognai di svegliarmi in ritardo, e di buttarmi angosciato giù dal letto, e ivi infilare una scarpa, poi l'altra, poi accorgermi di non avere più la prima. E indi precipitarmi giù dalle scale, ch'erano infinite: e d'una si passava per vasti androni in un'altra, e talvolta mi sorprendevo a salire anzichè scendere: anzi ero sempre salito, e allora tornavo indietro, indietro: e a tratti m'accorgevo di sognare e perciò mi sforzavo di mandar fuori un gemito, un urlo, una voce qualunque che mi destasse. Invece mi addormentai del tutto. Ma ecco, irruento come un'orda, atroce, uno squillo improvviso mi sveglia.

5. La necessità.

Quando m'accorsi ch'era lo svegliarino, cacciai la testa sotto le coperte per lasciarlo finire. Di là lo sentivo, fioco, infinitamente lontano. Passò un'eternità. Socchiusi le coperte, e il suono ridiventava uno scroscio stridulo bestiale. Mi ricacciavo sotto. Finalmente cessò.

Ero sveglio e ricordavo ogni cosa. Erano le sei. Giacomino m'aveva scritto. Sua Eccellenza m'aspettava alle sette. Erano le sei. Bisognava levarsi, vestirsi con cura, e correre al «Continental», all'appuntamento concesso da Sua Eccellenza. Erano le sei. Ma che magra luce e livida, a quell'ora, intorno alle cose!

— Cinque minuti per rimettermi.

In quei cinque minuti dolcissimi mi si ricominciavano ad annebbiare le idee. Me ne spaventai a tempo.

— No no: mi riaddormento!

Allora mi levai a sedere sul letto. M'investì un freddo tremendo.

— Come si fa a ricevere alle sette? Anche Gladstone era mattiniero. Dev'essere una particolarità degli uomini di Stato. Bel gusto.