— Può darsi.... Si chiama?
— Luigi.
— Voglio dire, il cognome.
— Come ha da chiamarsi? Come me, Gattoni.
— Naturalmente.... Sì! ora ricordo. L'avvocato Gattoni.
— È lui. Stai a sentire: aspettami là in Galleria. Io arrivo qui allo studio a informarmi quando può riceverti, e torno a dirtelo. Se potesse sùbito, tanto meglio.
Poichè era lunedì gridavano dappertutto La Gazzetta dello Sport, al quale richiamo la nuova gioventù correva in folla.
L'aspettazione in Galleria la occupai leggendo con cura i titoli dei libri nelle vetrine di Treves e di Baldini e Castoldi (con la quale esplorazione mi misi in breve e compiutamente a giorno degli spiriti e delle forme della nostra letteratura contemporanea) e riandando col pensiero al tempo in cui, sei o sette anni prima, avevo conosciuto l'avvocato Luigi Gattoni, giudice di tribunale in una città di provincia. Lo ricordavo perfettamente come un uomo placido: duplice barba grigia alla Palmerston da cui emergeva raso il mento: appassionato giocatore di scopone: un giudice per bene: una persona qualunque: Gattoni. Non avevo ancora capito nulla dell'avventura improvvisa che ora legava quel giudice qualunque, dimenticato da tanti anni, con la mia persona, attraverso le premure d'un mitragliere conosciuto tra Piave e Brenta, sullo sfondo misterioso d'una B. A. I. A.
Queste quattro lettere m'apparvero poco di poi, sempre più misteriose, nere su un cartello bianco smaltato, sopra la porta d'un ammezzato oscuro in una via operosa e brulicante. Il mitragliere mi precedè in un'anticamera buia e mi disse:
— Aspetta qui.