Mentre aspettavo, il Dàimone mi ammonì:
— Stai attento a non comprometterti.
— Non seccarmi — gli risposi.
Dopo una mezz'ora il tenente ricomparve:
— Vieni.
Sorrideva con gli occhi e coi denti: il lume candido del suo sorriso dissipò le nubi dispettose che quella mezz'ora aveva accumulate nel mio spirito.
M'introdusse in uno studio ampio, illuminato a luce elettrica sebbene fossero le prime ore del pomeriggio.
Cercavo, con lo sguardo abbagliato, la barba alla Palmerston d'una persona qualunque; invece mi venne incontro un personaggio importante, adorno d'un'elegante e contenuta pinguedine, e tutto raso; una faccia quadrata, un mento quadrato; anche la testa era quadrata perchè la completa calvizie rivelava la forma appiattita del cranio.
— Sono io — mi disse con rotondità —: lei non mi avrebbe riconosciuto? Lei invece è rimasto tale e quale. Si accomodi. Mi permette?
Prima che intendessi che cosa avrei dovuto permettergli, aveva chiamato al telefono un mistico numero, aveva dato con brevi parole un misterioso appuntamento.