Intanto il Dàimone mi tirò per la manica e mi additò due cose interessanti. La prima di queste due cose era il contegno di compiaciuto e raggiante rispetto con cui il tenente mitragliere stava, in piedi addossato a una scaffalatura di noce, al cospetto di suo fratello. L'altra era un busto di marmo, su un alto piedistallo cilindrico che riempiva l'angolo estremo dello studio: busto severo e togato, di cui non riconobbi l'originale.
— Sa chi è quello là? — disse il personaggio — gliela dò in mille. È Bartolo, Bartolo da Sassoferrato, l'immortale giureconsulto, glossatore del Corpus juris. L'ho fatto fare, e mettere lì, per ricordarmi del mio passato. Io non mi vergogno di aver fatto il magistrato. Lo sanno tutti, lo dico a tutti. Io sono un uomo semplice e sincero.
Per qualche minuto, dopo quelle parole esemplari, la sala fu piena di un rispettoso silenzio.
— Ma veniamo a lei. Lei che fa?
Mi sentii arrossire, rispondendogli:
— Scrivo....
Fu benigno; s'accontentò di abbassare di mezzo tono la voce, e dirmi:
— Ricordo, sì, che lei aveva delle velleità letterarie....
— Dirò meglio — ripresi io rinfrancato — scrivevo.
— Ecco, ecco: s'intende. Tempi nuovi. Ma anche lei, come me, come tutti gli onesti, non si vergogna del suo passato. E anche lei riuscirà. Lo sento. Glie lo assicuro. Ha dei progetti?.