Un invincibile spirito di avventura ha sempre spinto la mia vita ad accogliere di buona voglia ogni invito dell'imprevisto. Accettai; e docilmente seguii colui che m'avea soccorso in un momento difficile della vita.
Camminando a fianco a fianco con lui, m'aspettavo ch'egli mi si presentasse; e perdurando il silenzio, mi domandavo che cosa lo tratteneva ancora dal compiere quel dovere elementare. Più in là mi risposi che forse egli aspettava mi presentassi io. Poco profondo in tale materia, deplorai di non possedere qualche principio generale di cui poter compiere dialetticamente l'applicazione al caso presente.
Mentre in questi pensieri tacito combattevo entro me, eravamo giunti, ch'io non m'ero reso conto del cammino percorso, alla mèta a me ignota.
— Eccoci.
Salimmo una scala stretta e chiara quali usano nelle modernissime case delle città operose, cioè con le pareti a mattonelle bianche lisce e lucidissime, da parer perpetuamente bagnate, e danno tutte un'invincibile impressione di waterclosets ben tenuti. Al secondo piano entrammo in un lindo appartamento; nell'anticamera c'era una specie di palmizio. La mia guida s'affacciò a un uscio avvertendo: — C'è un signore che rimane a pranzo, è con me — poi mi scortò a un salottino con un piccolo divano messo d'angolo in un canto e dietro il divano un alto specchio molato sormontato da una minacciosa aquila di legno. Entrò una signora assai giovane, ma piuttosto grassa, e la mia guida proclamò:
— La signora Irene, la nostra padrona.
Stimai opportuno, inchinandomi, di mormorare approssimativamente il mio cognome.
— Lei è di Milano?
— Sono qui da un mese.
La signora Irene si volse all'introduttore: