Io lo guardai con estasi. Gli altri non parvero maravigliarsi del tormento spirituale di Gionata.

— Ho dato — continuò — una soluzione provvisoria al problema. È necessario stabilire se la natura, cioè il fine, dell'uscio, è di separare o di congiungere. Seguitemi. L'uscio in quanto è un vano lasciato in una parete, ha lo scopo manifesto di far comunicare una stanza con l'altra. Ma l'uscio in quanto battente ha l'ufficio contrario, cioè quello di poter interrompere temporaneamente detta comunicazione ricostituendo l'interrotta unità della parete. Quando l'uscio è chiuso il vano è inutile: quando l'uscio è aperto il battente è inutile.

Assaporò un sorso di luminoso Chianti. Il signor Pietro canticchiava la cavatina del Don Pasquale, le cui note furono subito novamente dominate dalla parlante voce di Gionata:

— Ma l'uscio è una unità metafisicamente inscindibile di vano e battente: l'uscio dunque, immaginandolo sensibile, l'uscio nella sua totalità personale dovrebb'essere tormentato da un perpetuo e insuperabile dissidio interiore.

Seguì un silenzio, perchè nessuno ebbe parola da opporre alla dialettica di Gionata, che si dimostrava esperto nelle più fini e feconde pratiche del filosofare.

Dopo un istante di silenzio, e avendo ingoiato una sanguigna targa di barbabietola, egli ci offrì un corollario immaginoso:

— Quando cigola dolorosamente, che cosa cigola dell'uscio? L'arpione, o ganghero che dir si voglia. Cioè, precisamente il punto per cui le due nature si congegnano, per cui il battente si connette col vano.

La mia natura d'uomo pratico — non si dimentichi che in quel tempo io m'ero tutto dedito agli affari-mi fe' cercare un'applicazione politica alla loica disinteressata di Gionata. Esordii:

— La sua acuminosa osservazione, signor Gionata, può trovare un riscontro curioso nel presente stato sociale.

A queste mie parole vidi dipingersi sul volto di tutti i commensali un'aspettazione vigile. Tutti s'interruppero nell'operazione che stavano compiendo: e in tal modo, chi col bicchiere in mano a mezz'aria, chi con la forchetta infilata in un boccone, chi col tovagliolo alla bocca, impietriti ciascuno nell'atto suo, mi guardarono. Sulle labbra d'Irene vagolò un sorriso materno.