5. Nuova incarnazione del Verbo.

Ma fuori, in quel frattempo, la Volontà di vivere aveva lanciato attorno manate di luce, che s'erano impiastrate contro gli sporti delle botteghe, s'erano appese ai cornicioni dei tetti; e di quella luce n'era sparsa in terra, sotto i piedi, nell'aria, dappertutto. La Volontà di vivere gridava dalle ruote delle carrozze e dalle campanelle dei tranvai. La commentavano gli strilloni dei giornali e i banditori davanti alle porte dei cinematografi. Uno di questi investiva così violentemente con le sue lusinghe i passanti, che gli girai lontano perchè non avrei avuto il coraggio di dirgli di no.

Ogni tanto mi fermavo estatico tra gli urli della folla e stentavo a frenare nel petto entusiasta il grido della mia ammirazione per l'uomo.

Da tutti i piccoli lumi tenaci di fede che la rassegnazione alla morte aveva accesi per quattro anni nelle trincee verminose, da quelli dunque era folgorata al sopravvissuto mondo tutta la luce che io calpestavo sui marciapiedi della città?

Poi il mio pensiero si fece più minuto e commosso.

— Tutti questi uomini — mi dissi — sono stati alla guerra; tutte queste donne durante la guerra hanno aspettato, presso un focolare scarso, un ritorno: ora gli uni e le altre celebrano volonterosamente i saturnali della vittoria.

Il mio genio, o Dàimone personale, mi tirò per la manica:

— Non precipitare — mi disse — le tue interpretazioni. Tu sei qui per orientarti, non per fare della storia o della filosofia. Il primo orientamento è quello là.

E mi additò i cartelloni che coprivano una vasta e caduca impalcatura d'assi, dietro la quale immaginai fervido il lavorìo della ricostruzione per il benessere della nuova società.

La prima parola di quasi tutti i cartelloni — la più grossa e visibile — era questa: