—V'è una favola fra noi in Levante—dicea Zoraide, sorridendo mestamente—che racconta d'un leone del deserto, al quale un topo salvò la vita. Di più non vi voglio dire, e vi basti sapere che fra poche ore il braccio d'Ettore sarà forte come il collo d'un toro selvaggio. Ora però non v'è da far altro fuorchè lasciarlo in quiete; domani si sveglierà a tempo per potersi metter in ordine; io ritorno vicino a lui per esser pronta ad ogni bisogno; fidatevi di me: dell'arte di curar ferite ne son maestra, e ne ho saputo sanare di più pericolose.—

Brancaleone visto che non gli rimaneva altro a fare presso il ferito, raccomandò a Zoraide che quando Ettore si fosse svegliato lo racquetasse sul conto di Ginevra, gli annunziasse il combattimento pel giorno vegnente, gli dicesse che sarebbe venuto egli stesso sul mezzogiorno, ove non fosse comparso prima di quell'ora in città. Rimasti così d'accordo, se ne ritornò a Barletta, ove, prima d'andarsene a casa, volle passar dal castello per sapere che ne fosse di Ginevra. Ma trovò chiusa la porta e alzato il ponte; onde gli convenne differir di chiarirsi alla mattina vegnente.

Appena fatto giorno vi corse, e trovò ch'eran usciti allora gli undici guerrieri spagnuoli per andar al campo seguitati da tutti quelli che si trovaron liberi d'accompagnarli, onde pochissima gente v'era rimasta. Salì le scale senza trovar a chi domandare; venne sino all'uscio ove la sera prima aveva lasciata Ginevra, e bussò. Fra Mariano, che v'avea passata la notte, gli aperse, e venuti in una camera vicina, narrò a Brancaleone l'accaduto.

Tanto più rimase questi afflitto e travagliato dalla trista nuova, quanto che vedeva cadere una tanta sventura sul suo amico, nel momento in cui era meno preparato a sopportarla, e quando per l'imminente battaglia avea bisogno di tutte le sue forze; temeva che, accasciato sotto il peso del dolore si mostrasse inferiore a sè stesso in una prova tanto ardua ed importante. Pensato perciò al rimedio, stabilì col frate di celar questa morte per tutto quel giorno, e l'indomani soltanto assumesse quegli il carico di far portar la defunta al monastero, com'era stato suo volere, mentre Ettore fosse occupato a combattere co' suoi compagni. Credettero non difficile serbar il segreto per questo giorno in cui la rocca era quasi deserta, e stimarono di dirlo soltanto a Consalvo, onde accordasse gli ajuti che sarebbero occorsi per far il trasporto del corpo ed i funerali con un poco d'onore.

Per quel che spettava a Fieramosca, al quale bisognava pur dare qualche spiegazione, concertarono che Brancaleone gli dicesse: Ginevra star bene, non poterlo vedere per quel giorno, e che soltanto gli faceva sapere si ricordasse dell'onore italiano, combattesse con quella virtù che meritava una tanta cagione, e ch'essa pregherebbe per lui, e pei suoi compagni: le quali cose si potevan dir tutte senza bugia, ed erano tali da riconfortarlo, e farlo andar franco alla battaglia.

Dato sesto così a questa faccenda importantissima, scese Brancaleone in piazza, e venuto alla casa de' fratelli Colonna, li trovò ambedue nel cortile che, avendo radunati i tredici Italiani, ne rivedevan minutamente l'arme, le bardature, i cavalli, onde per l'indomani si trovassero in assetto, e non vi fosse parte dei loro arnesi che non fosse a prova.

Brancaleone, che aveva avuto avviso di questo ritrovo, vi avea mandato i suoi scudieri e quelli di Fieramosca coi cavalli e l'armi. Ma il loro padrone mancava, ed alle interrogazioni di tutti rispondevano dicendo che non s'era veduto e che di più non sapevano.

Prospero Colonna udì queste novelle con maraviglia, che si cambiò presto in ira; onde, quando comparve Brancaleone, domandò con volto severo:

—E dov'è Fieramosca, che non compare?

—Eccellenza!—rispose Brancaleone—sarà qui a momenti; il suo indugio non è volontario.... un caso improvviso e d'importanza....