Prima di salire in camera volle Fieramosca dar un'occhiata alla stalla; ed entratovi, si pose ad accarezzare il suo buon cavallo di battaglia, con quell'affetto, e quasi potrei dire amicizia che prova ogni soldato per il compagno delle sue fatiche e de' suoi pericoli. Gli passava la mano sul collo e sulle spalle battendolo leggermente, ed il cavallo, abbassate indietro le orecchie, scoteva il capo, e scherzando faceva l'atto di mordere il suo padrone.

—Povero Airone mio, mangia, e fa buona cera fin che puoi, che non sei sicuro di dormir domani sera su questa lettiera.... A tutt'altro fatto condurrei Boccanera, e non arrischierei la tua pelle; ma domani ho proprio bisogno d'averti sotto, che non mi metterai un piede in fallo, son certo. E poi,—seguitò sorridendo e prendendogli il muso fra le mani,—sei italiano anche tu, anche tu devi portar la croce.—

Visto poi che tutto era in ordine,—Masuccio—disse volgendosi al suo scudiere,—alle quattro lo farai bere, e poi orzo quanto glien'entra in corpo: alle cinque mi verrai ad armare.—

Dati questi ordini salì, e dopo pochi minuti avea spento il lume, e si trovava in letto col fermo proposito di riposarsi e dormire. Sulle prime gli parve di poter prender sonno; ma poi cominciò un pensiero, e un altro, e un altro, ed era in letto già da più ore senza che gli fosse riuscito di chiuder gli occhi un momento. Tutto il fatto di Ginevra, del quale s'era dato pace in parte sulla fede di Brancaleone, gli si mostrò nuovamente pieno di ombre e di sospetti: mille timori incerti gli s'affollarono sul cuore:—Che cosa sarà—pensava—tutto questo mistero, e non l'ho da sapere nè pur domani! Che Brancaleone mi volesse ingannare?—

Un momento persino fu per maladire in cuor suo la disfida; ma il pensiero venne rispinto con isdegno prima che fosse interamente formato.

—Oh! vergogna, vergogna,—disse alzandosi a sedere sul letto,—come può cadermi nell'animo tanta viltà!.... Non son più quel d'una volta? Che direbbe Ginevra se mi vedesse tanto malamente mutato, e tanto freddo ai pensieri che un tempo mi facevan correr fuoco per le vene?—

E con queste riflessioni gli venne tant'ira di sè medesimo, che s'alzò infuriato, e rivestitosi, chè ad ogni modo non potendo dormire, il letto gli riusciva insoffribile, uscì sul terrazzo: sedutosi, come spesso soleva, sul muricciolo sotto la palma, dispose d'aspettar ivi l'alba, che non era molto lontana.

La luna pallida e scema si specchiava appena nel mare. Lontano forse cinquecento passi, a mano manca sorgeva la rocca, che a quell'ora poco potendosi distinguere ne' contorni, si mostrava come una gran massa bruna, e solo i merli posti in cima alle torri apparivano un po' distinti sul cielo. Ettore guardava sospirando quelle mura, pensando a chi v'era rinchiusa, ed ogni tanto gli sembrava sentire come un lontano mormorio di salmeggiare alternato. Ma era tanto discosto, che gli pareva e non gli pareva: ad una finestra, che per esser sul fianco del castello, egli non poteva veder che di scorcio, v'era lume e non fu spento mai tutta la notte; avrebbe dato il sangue per non veder più quel lume, e volgeva gli occhi altrove dicendo: Son pur pazzo a tormentarmi con tali fantasie; poi non poteva a meno di non rivolgervi gli occhi, e quel lume era sempre là.

Con quella specie di malafede che spesso adopera l'uomo con sè medesimo, quando è vessato da un dubbio importuno, si diede a volersi persuadere ciò che nell'intimo del cuore non credeva affatto, cioè che Ginevra era in buono stato, che non le era accaduto nulla di sinistro, e che tutto il mistero, che pure scorgeva in questa faccenda, era un'idea sua, una vana immaginazione. E se, per ingannar se medesimo, durava questa fatica, lo faceva conoscendo che a voler volger tutti i pensieri e tutte le virtù dell'anima alla battaglia, gli era indispensabile il rendersi, se non certo, almeno molto probabile, ciò che il raziocinio gli mostrava esser pura illusione.

—Oh sì, sì—diceva scotendo il capo, e passandosi la mano sulla fronte e sui capelli, come per dissipare i pensieri che v'erano aggruppati—badiamo a farci onore prima di tutto..... e forse domani a quest'ora avrò già potuto dirle: Ginevra abbiam vinto....—poi fermatosi un momento a pensare:—oppure m'avrà già veduto entrar in Barletta sulla bara, ed avrà detto: Povero Ettore, hai fatto quel che hai potuto.... E se ciò accadesse? sarei morto da uomo dabbene; ed essa piangerebbe la mia morte; ma non mi vorrebbe vivo a patto d'una viltà; anzi andrebbe superba di poter dire: Eravamo amici sin da fanciulli.... Sì.... ma intanto rimarrà qui sola, senz'un ajuto; neppur sa che suo marito è al campo francese, e se anche lo sapesse, come presentarsi a lui dopo tanto tempo?—