Ettore aveva formato e parte eseguito il disegno di raccomandarla a Brancaleone; ma riflettendo che anch'esso poteva venir ucciso con lui, si risolvette di scriver una lettera a Prospero Colonna, nella quale fosse ordinato che il poco suo avere in Capua, cioè la sua casa, un podere, e gli arnesi ed i cavalli, che pure eran del valore di molte migliaja di ducati, tutto fosse di Maria Ginevra Rossi di Monreale. Riaccese il lume, ed in poco tempo ebbe scritta la lettera: allora pensò d'acchiudervene un'altra per Ginevra come di commiato, e per raccomandarle la giovane saracina, alla quale aveva pur tanti motivi d'essere riconoscente: e come già cantavano i galli, e s'accorgeva che gli uomini sotto nella stalla cominciavano a risentirsi, a far romore, mancandogli il tempo, scrisse soltanto queste poche righe:

«Ginevra, io sto per montare a cavallo, e non so s'io n'abbia a scender vivo stasera. Se il Cielo ha disposto che debba esser altro di me, non dubito punto che dopo aver dato qualche lagrima a quello che sin da fanciullo ti fu con tanta fede amico e servo, tu non ti rallegri aver io incontrata una morte della quale non si poteva immaginare nè la più gloriosa nè la più bella. Sarai contenta goderti per amor mio la poca roba che ho di casa; sai che son libero e senza parenti prossimi. Solo ti raccomando, e non accaderanno per questo molte parole, il mio famiglio Masuccio, che dal giorno in cui all'Ofanto toccò quella ferita nella spalla, poco si può ajutare, e correrebbe rischio, ove tu non lo soccorressi, di dover accattar per Dio, e ne sarebbe poco onore alla mia memoria. Un'altra cosa mi rimane a dirti. Tuo marito è al soldo dei duca di Nemours. Non ho più tempo: sento che in casa Colonna si sta per dar il segno: Dio ti guardi: ti raccomando anche Zoraide.

ETTORE.»

Difatti si udiva il trombetta il quale, com'è loro uso, preparandosi per sonar la sveglia si metteva alle labbra la tromba ricavandone suoni brevi ed interrotti, come per prova. Un tal qual ronzìo, ed un rumoreggiar sordo che veniva dal terreno della casa e da quelle dei vicini, voci indistinte e passi d'uomini e di cavalli per le strade, indicavano che la maggior parte di coloro che dovevan essere attori o spettatori del fatto d'arme, avean principiato a mettersi in moto: in cielo però non si scorgeva ancora alcun principio di albeggiare; anzi una caligine oscura nascondeva le stelle, e condensava l'atmosfera.

Fieramosca, che stava chiudendo le due lettere seduto accanto alla finestra aperta, se n'accorse guardando fuori, ove il piccol raggio della candela usciva divergente, illuminando quel tratto di nebbia ove poteva percuotere. La brutta apparenza del tempo, trovandolo già disposto alla mestizia, gliel'accrebbe; i pipistrelli che trapassavano con volo tremolo e veloce avanti la finestra, chiamati dallo splendore, le sentinelle poste sulle torri del castello e che, accostandosi l'ora del mutar le guardie, si chiamavano con un certo gridar lugubre, tutto in somma accresceva la tristezza di quest'ora, ed il combattuto giovane ne rimase oppresso un momento. Ma i passi gravi e sonanti di due uomini che, salita la scala gli entravano in camera, gli fecero alzar la fronte e comporre il viso in atto lieto ed ardito, onde non s'avvedessero del suo vero stato.

Comparì Brancaleone tutto coperto delle sue armi fuorchè il capo, accompagnato da Masuccio che portava l'arnese di Fieramosca. La campana di San Domenico sonava la messa che dovevano udire i combattenti prima di partire pel campo.

—Armati Ettore, chè a momenti saranno tutti in chiesa—disse Brancaleone; ed aiutato da Masuccio in pochi minuti ebbe coperto il suo amico della perfetta e lucente armatura che usava portare nelle maggiori occasioni. Fabbricata da un de' migliori artefici di Milano, s'adattava così bene alle belle membra del cavaliere, ed era nelle giunture tanto maestrevolmente connessa, che seguiva i contorni del corpo senza alterarne la grazia in nessuna parte, lasciandolo nel tempo stesso interamente libero e sciolto in tutti i suoi moti. Finito d'armarsi, ed appeso alla sinistra la spada ed alla destra la daga scesero uniti, e facendosi portar dietro dai famigli lancia, elmo e scudo, e condurre a mano i cavalli, vennero a San Domenico, ove in pochi minuti insieme con molto popolo si trovaron radunati i tredici campioni e Prospero Colonna.

La chiesa era un quadrilungo a tre navate separate da colonne ed archi a sest'acuto, d'assai rozza maniera, e verso l'altar maggiore due sfondi ai lati formavano una croce col corpo principale dell'edifizio: il coro de' frati, secondo l'uso antico, avanti l'altare era di legno, divisi gli stalli de' religiosi da molti ornati in rilievo, ai quali il tempo avea data una tinta lucida e bruna: nel mezzo era posto un banco capace di tredici persone, ove stavano gli uomini d'arme italiani. La luce del giorno andava crescendo, ma non era ancora abbastanza chiara per poter passare attraverso delle invetriate dipinte che chiudevano gli stretti finestroni, onde tutto l'interno della chiesa rimaneva quasi nell'oscurità, e il lume rossiccio delle poche candele dell'altare si ripercoteva soltanto un po' vibrato sulle corazze de' guerrieri, lasciando tutte le altre figure quasi invisibili. Prospero Colonna armato anch'esso stava un po' innanzi agli altri, ed aveva a' piedi per inginocchiarsi un ricco cuscino di velluto rosso colla colonna ricamata in argento, recatogli da due paggi che si tenean ritti pochi passi dietro di lui. Uscì la messa: Fra Mariano la diceva, ed i cuori di quelli fra gli spettatori, che eran capaci di sensi generosi ed alti, forse non rimasero indifferenti alla vista di que' valorosi ed arditi giovani che atterravan innanzi al Dio degli eserciti le fronti solcate dal ferro e dalle fatiche, per domandargli che fosse dato alle loro spade di vincere chi volea trascinar nel fango il nome italiano.

Nelle loro mosse, alle quali il lungo uso dell'armi dava anche nel pregare una cert'aria brava, esprimevano però i pensieri religiosi che avean nell'animo. All'estremo del banco, a man sinistra, era Fieramosca ritto, immobile, colle braccia intrecciate sul petto. Gli stava in faccia a pochi passi la porta della sagrestia aperta; e gli uomini della chiesa, che andavano avanti e indietro pei loro uffici, avrebbero forse potuto soli distrarlo dalla preghiera; ma s'aggiunse una vista ed un dialogo, che in quel momento più che mai eran tali da fissar dolorosamente i suoi pensieri.

Un uomo vestito d'una cappa oscura tutta sdruscita, coi capelli rossi in disordine, ed un viso di tristo augurio era fermo in mezzo alla sagrestia: e, volto ad un frate domenicano che occupava colla sua corpulenza tutto un seggiolone di cuojo posto fra un armadio e l'altro, solito mobile di questi luoghi, gli domandava con parlar ruvido, e voce rauca e sottile: