—Signor Prospero, vedrete che questo basterà.—
Montò la stizza al barone romano per la millanteria inopportuna, ma si frenò, e disse soltanto:—Prima di vender la pelle conviene ammazzar l'orso. Ma non importa; e quantunque fosse patto fra noi di portar il riscatto, neppur per questo non vogliamo metter ostacoli alla battaglia.—Signori (aggiunse poi volto ai suoi), avete udito: questo cavaliere tien la cosa per fatta; sta a voi a chiarirlo del suo errore.—
Sarà inutile il dire che questi modi sprezzanti fecero ribollire il sangue agl'Italiani, ma nessuno rispose nè a La Motta, nè al signor Prospero, fuorchè con qualche digrigno, o qualche occhiata fulminante.
Terminati questi apparecchi, furon dai giudici licenziate le due parti e data loro una mezz'ora per prepararsi; dopo la quale un trombetta a cavallo, situato all'ombra degli elci, accanto ai giudici, darebbe tre squilli di tromba, segnale dell'assalto.
Ritornati a' loro cavalli e montati in sella, furon dai padrini disposti in fila a quattro passi di distanza l'uno dall'altro; e tanto il Colonna quanto Bajardo osservarono di nuovo i barbazzali, le cigne delle selle, le corregge e le fibbie dell'armature; e, se v'eran occhi esercitati ne' due campi, eran senza dubbio i loro.
Finita questa rivista, fermato il cavallo nel mezzo della linea, il signor Prospero disse ad alta voce:
—Signori! non crediate ch'io voglia dirvi parola per eccitarvi a combatter da uomini pari vostri: vedo fra voi Lombardi, Napoletani, Romani, Siciliani. Non siete forse tutti figli d'Italia ugualmente? Non sarà ugualmente diviso fra voi l'onore della vittoria? Non siete voi a fronte di stranieri che gridan gl'Italiani codardi? Una cosa sola vi dico: vedete là quel traditor scellerato Grajano d'Asti. Egli combatte per mantener l'infamia sul capo de' suoi compagni!... m'intendete!... Ch'egli non esca vivo di questo campo.—
Fieramosca che era vicino a Brancaleone gli disse sottovoce:—Ah! se il voto non mi legasse le mani!...—E Brancaleone gli rispose:—Lascia far a me che non ho voti; so io dove gliel'ho da appiccare!—
La voglia d'uccider Grajano era nata in lui dal giorno in cui, udite le vicende del suo amico, vide che poteva così toglier di mezzo l'ostacolo che si frapponeva fra esso e Ginevra. Sapendolo poi nel numero dei campioni francesi, conobbe che l'occasione non gli sarebbe mancata; ed il giorno della giostra, si rammenterà il lettore delle informazioni che si procacciò, mentre il cavalier astigiano s'armava accanto all'anfiteatro. Ora la fine impreveduta di Ginevra distruggeva il suo primo pensiero; tuttavia non abbandonò il disegno, e gli crebbe poi il desiderio di eseguirlo, per le parole del signor Prospero, al quale, come al capo della parte colonnese, obbediva ciecamente in tutto.
I due padrini intanto s'eran ritirati ai loro posti: Bajardo presso i giudici, ed il Colonna sotto le querce. Questi tutto armato, fuorchè il capo, su un gran cavallo nero coperto di una gualdrappa vermiglia ricamata in oro, alzava la fronte grave ed ardita verso i suoi, aspettando in silenzio la tromba. Avea accanto un suo paggio, bel giovane di sedici anni, vestito di cilestro, colle calze color di carmino, e varj caposquadra dell'esercito in diverse attitudini che, malgrado la loro immobilità, mostravano non so che d'energico e di marziale. A misura che s'avvicinava il momento, venivano a tutti mancando le parole; al più, s'udiva qualche monosillabo bisbigliato sommessamente fra' vicini; ed in questa quiete che dava all'adunanza un aspetto grave e solenne risonava solo di tempo in tempo lo scalpitare ed il nitrir dei cavalli, che tenuti in riposo e ben pasciuti, non potevan ora star fissi nell'ordinanza, rodevano i lunghi freni dorati, li coprivan di spuma, facendo arco del collo e della coda; e, rizzandosi sui piè di dietro, sbuffavano colle nari tese e sanguigne, e parevan dagli occhi gettar faville.