—Basto io per costui, e son di troppo—gli disse istizzito.

Fu da tutti lodato l'atto cortese verso La Motta fuorchè da Fanfulla, che prorompendo in una di quelle esclamazioni italiane che non si possono scrivere, disse, mezzo in collera mezzo in riso:

—Hai la lingua nelle mani!—

Voltò il cavallo, e messosi a guisa di pazzo fra i nemici, gli sconvolse senza assalirne nessuno in particolare, e finito così quel momento d'inazione, si rinnovò più calda che mai la battaglia.

Fin dal principio, Brancaleone fisso nel suo proposito avea corso la lancia con Grajano d'Asti, e la fortuna s'era mostrata uguale fra loro. Venuti alla spada si mantennero ancora senza deciso vantaggio per nessun de' due: Brancaleone era forse superiore al suo nemico per robustezza ed anche per maestria, ma il Piemontese era gran giocator di tempo; e chi conosce l'arte dello schermire, sa quanto sia utile questa qualità.

Fra i combattenti dell'altre coppie la vittoria era per tutto in forse; e quantunque la battaglia non durasse che da un'ora e mezzo circa, era stata però tanto ostinata e calda che si poteva facilmente conoscere gli uomini ed i cavalli aver bisogno d'un breve respiro, che venne loro conceduto di comune accordo dai giudici. La tromba ne diede il segno, ed i re d'armi entrando in mezzo spartirono i combattenti.

Quel bisbiglio che udiamo sorger istantaneo nei nostri teatri al calar del sipario dopo uno spettacolo che si sia cattivata l'attenzione degli spettatori, nacque egualmente fra le turbe che circondavano il campo. I cavalieri tornati alla prima ordinanza scavalcarono: chi si traea la barbuta per rinfrescarsi la fronte e tergerne il sudore; chi, trovando l'arnese o la bardatura de' cavalli guasta in qualche parte, s'ingegnava di racconciarla. I cavalli, scotendo il capo e dimenando le mascelle, cercavan sollievo al dolore cagionato dalle scosse de' freni. E non sentendo più l'uomo in sella, si piantavan sulle quattro zampe ed a capo basso davano un crollo prolungato facendo risonare le loro armature. I venditori del contorno, trovandosi a polmoni freschi, alzaron più alte le grida, e i due padrini, mossi i cavalli, vennero a trovare i loro guerrieri.

Per la prigionia d'uno de' Francesi, e per trovarsi gli altri malmenati e feriti quasi tutti, fu giudicato da ognuno, gli Italiani aver la meglio; e fra i molti che aveano scommesso per l'una o per l'altra parte, quelli che tenevan pe' primi cominciavano ad accigliarsi ed a dubitare. Il buon Bajardo aveva troppa esperienza di simili fatti per non accorgersi che le cose voltavan male pe' suoi. Studiando di non mostrar questo sospetto gli incoraggiava, li poneva in ordinanza e veniva ricordando ad ognuno le regole dell'arte, i colpi da tentarsi ed il modo di difendersi.

Prospero Colonna che vedeva i suoi avere minor bisogno di riposo per esser meno maltrattati dei nemici, dopo una mezz'ora domandò che si riprendesse la battaglia, ed i giudici ne fecero dare il cenno. I cavalli, ai quali un ansar frequente facea ancora battere i fianchi, stimolati dallo sprone rialzarono il capo, e si lanciaron di nuovo gli uni contra gli altri. Ormai la vittoria si dovea decidere in pochi momenti: crebbe il silenzio, l'immobilità negli spettatori, l'accanimento e la furia nei combattenti. Le gale del vestire, le penne, gli ornamenti eran volati in brani, o bruttati di polvere e di sangue. Dal fianco di Fieramosca pendeva tagliata da un fendente la sua tracolla azzurra, l'elmo era rimasto nudo e basso, ma egli, ferito soltanto leggermente nel collo, si sentiva gagliardo del resto, e stringeva La Motta col quale si era di nuovo accozzato. Fanfulla avea a fronte Jacques de Guignes. Brancaleone seguitava la sua battaglia contra Grajano, avvisando al modo di coglierlo sull'elmo, e gli altri compagni qua e là per il campo si raggiravano accoppiati coi Francesi combattendo la maggior parte coll'azza, e stringendoli mirabilmente.

A un tratto s'alzò un grido fra gli spettatori: tutti, e persino i combattenti volgendosi per conoscerne la causa, videro che la zuffa tra Brancaleone e Grajano era finita. Questi curvo sul collo del destriere, coll'elmo ed il cranio aperti pel traverso, perdeva a catinelle il sangue che scorreva pei buchi della visiera sull'arme e giù per le gambe del cavallo, il quale stampava le pedate sanguigne. Rovinò in terra alla fine, e risonò sul suolo come un sacco pieno di ferraglia. Brancaleone alzò l'azza sanguinosa brandendola sul capo, e gridò con voce maschia e terribile: