—Viva Italia: e così vadano i traditor rinnegati:—ed insuperbito, si cacciò menando a due mani sui nemici che ancora facevan difesa. Ma non durò a lungo il contrasto. La caduta di Grajano parve desse il crollo alla bilancia. Fieramosca accanito per la lunga ed ostinata difesa di La Motta, raddoppiò la forza de' colpi con tanta rapidità che lo sconcertò, lo sbalordì, e privato dello scudo con mezza spada in mano e l'arnese schiodato e rotto, lo percosse sul collo coll'azza di tanta forza, che lo fe' rannicchiarsi stordito sull'arcione dinnanzi, e quasi smarrita la luce degli occhi.

Prima che si riavesse, Fieramosca, il quale gli stava a destra, buttandosi lo scudo dietro le spalle, l'afferrò colla manca alle corregge che sulla spalla reggono il petto della corazza, e stringendo le cosce, diede di sproni al cavallo. Questi si lanciò avanti, e così il cavaliere francese fu violentemente tratto giù dalla sella. Quando si stese in terra, Fieramosca che avea colto il tempo e s'era buttato da cavallo, gli si trovò sopra colla daga sguainata, ed appuntandogliela alla vista in modo che un poco gli toccava la fronte, gli gridò: Renditi o sei morto. Il barone, ancor mezzo fuor di sè, non rispondeva; e questo silenzio potea costargli la vita: gliela salvò Bajardo, gridandolo prigione.

Condotto via La Motta da' suoi famigli che lo consegnarono al sig. Prospero, Fieramosca si voltò per risalire a cavallo: il cavallo era scomparso: girò lo sguardo per la battaglia e vide che Giraud de Forses, essendogli stato morto il suo, avea tolto il destriere dell'Italiano e stava fra' suoi facendo ancor testa agli uomini d'arme nemici. Il buon Ettore conobbe che solo e a piedi non avrebbe potuto riaver il cavallo. L'aveva nutrito ed allevato di sua mano, ed addestrato a seguirlo alla voce, onde non si confuse; fattosegli più presso che potè cominciò a chiamarlo, battendo il piede come era usato di fare quando voleva dargli la biada. Il cavallo si mosse per venire a quel cenno, e volendo il cavaliere contrastargli, prima cominciò ad impennarsi, poi si mise a salti, e, senza che colui potesse nè opporglisi nè governarlo, lo portò suo malgrado fra gli Italiani che, circondatolo, l'ebber prigione senza colpo di spada. Scendendo dal cavallo sul quale tosto saltò Fieramosca, malediceva la sua fortuna; ma questi, resagli per la punta la spada che gli era stata tolta, gli disse:

—Fatti con Dio, fratello, piglia le tue armi e torna fra' tuoi, chè i prigioni gli abbiamo per forza d'arme, e non per arti da ciurmadori.—

Il Francese, che ogn'altra cosa s'aspettava, restò molto maravigliato. Pensò un momento, poi rispose:

—S'io non m'arrendo alle vostre armi, m'arrendo alla vostra cortesia:—e, presa la sua spada alla metà della lama, andò a deporta a terra avanti al signor Prospero: e fu detto da tutti quelli che lodavano l'atto cortese di Fieramosca, anche il Francese aver operato e parlato saviamente. Per la qual cosa esso solo fu poi rimandato senza che pagasse il riscatto.

La parte francese era scemata di quattro delle sue migliori spade, mentre l'italiana contava ancora i suoi tredici uomini a cavallo e si poteva facilmente conoscere in qual modo la cosa dovesse andar a finire. Nonostante, i Francesi scavalcati, che erano cinque, si serrarono insieme; ai loro lati si posero due per parte i quattro a cavallo, e così ordinati si disposero a far testa di nuovo agli Italiani, i quali rannodando per la terza volta la loro battaglia, fecero impeto tutt'insieme sugli avversarj.

Non venne in mente ad alcuno che questi vi potessero reggere, ma ammirando tuttavia la costanza e l'arte di quella brava gente, crebbe negli spettatori l'ansiosa curiosità di veder l'esito del loro ultimo disegno; e quasi ad alcuni sapeva male, che con tanto valore dovessero cimentarsi con grandissimo rischio della loro vita ad un giuoco tanto disuguale. Ma per questo non temevano i Francesi: pesti, feriti, coperti di polvere e di sangue, pure offrivan fiero ed onorato spettacolo stando arditi ad aspettare la rovina che veniva loro addosso di tanti cavalli, e pareva dovesse ridurli in polvere. Si mossero alla fine gl'Italiani, non colla prima celerità, che la stanchezza lo vietava ai cavalli, molti dei quali per le violente scosse dei freni avean la bocca coperta di spuma sanguigna. Alzarono i cavalieri più forte il grido di Viva Italia! e malgrado l'instare degli sproni, vennero a ferire d'un galoppo grave e sonante. Nonostante le leggi promulgate al principio, fu tale la smania di curiosità che invase a quel punto gli spettatori, che il cerchio formato da loro all'intorno s'andò progressivamente stringendo. Gli uomini che avean la cura di mantener l'ordine, curiosi più degli altri, anch'essi seguiron quel moto concentrico, come vediamo succedere quando in piazza si caccia il toro, che al principio ognuno sta saldo al suo luogo, ma quando un cane comincia ad attaccarsegli all'orecchio, e poi se n'attacca un altro, e quasi hanno fermato il loro nemico, nessun può più star a segno, crescon le grida, gli schiamazzi, si scioglie l'ordine, ognuno si spinge avanti per veder meglio.

In mezzo alla fila di nuovo schierata degli Italiani s'era posto Fieramosca, il quale aveva il miglior cavallo; ed ai suoi lati, a mano a mano quelli che l'aveano meno stanco, o più corridore; cosicchè nell'andar addosso ai nemici il centro si spinse avanti, figurando un cuneo, del quale Ettore era alla punta. Quest'ordine fu tanto ben mantenuto che, giunto al ferire, sforzò la fila dei Francesi senza che potessero pervi riparo. Qui sorse una nuova zuffa più serrata, più terribile che mai: al numero, al valore, alla perizia degli Italiani s'opponevano sforzi più che umani, disperazione, rabbia del disonore imminente ed inevitabile: i prodi ed infelici Francesi, fra un turbine di polvere, cadevano insanguinati sotto le zampe de' cavalli, si rialzavano afferrandosi alle staffe, alle briglie de' vincitori; ricadevano, spinti, maltrattati, calpestati, rotolandosi sotto sopra, mezzo disarmati, cogli arnesi infranti, e pur sempre sforzandosi di riaversi, raccogliendo in terra pezzi di spade, tronchi di lancia, e perfino sassi onde ritardar la sconfitta.

Ettore, il primo, alzò il grido onde lasciasser l'impresa e si rendesser prigioni; ma appena era udito in quel fracasso; o se l'udivano, negavan coi fatti, soffrendo muti quelle orribili percosse; ed ebbri pel furore, seguitavano la mirabil difesa. De' quattro che eran ancor in sella al principio di questo ultimo scontro, uno era caduto, e si difendeva a piedi; a due erano stati morti i cavalli: il quarto, preso in mezzo, era stato fatto prigione. Sarebbe impossibile il descrivere tutti gli strani accidenti, i colpi, gli atti disperati che accaddero in quegli ultimi momenti, dei quali fra gli spettatori rimase per molti anni una memoria di maraviglia e di orrore.