Sarà inutile il dire che le trovò vuote. Ridiscese, ed alla prima pensò di cercarla in chiesa. Sapea ch'essa andava per lo più a pregare in un coretto, posto su in alto; appena entrato, vi gettò lo sguardo: era vuoto, la chiesa vuota, e quasi affatto buja; vuota la parte del coro che si vedeva: pure egli sentiva un salmeggiar cupo, come uscisse di sotterra. Andò avanti, e s'accorse che dal foro posto innanzi l'altar maggiore, il quale rispondeva giù nella cappelletta, usciva un raggio che andava a figurare nella volta un tondo di luce scolorita; quando vi fu vicino, sentì che si recitavan preci nel sotterraneo. Voltò dietro l'altare, e scese. Il suono delle sue armi, degli sproni e del puntale della spada che batteva sui gradini fece volger quelli che formando un cerchio empievano la cappella; s'aprirono: ai piedi si trovò il cataletto che avea visto la mattina nella sagrestia di San Domenico: in faccia accanto all'altare era Fra Mariano in rocchetto, stola da morti, e col braccio levato, teneva l'asperges; in mezzo, un avello aperto; di qua due uomini che ne tenevan ritta la lapide, di là Zoraide ginocchioni, curva sul corpo di Ginevra che era già dentro, e singhiozzando le componeva il velo intorno al volto ed una corona di rose bianche sulla fronte.

Ettore giunto al basso, vide, stette immobile, senza mandar una voce, senza far un atto, senza batter palpebra: il suo viso a poco a poco s'affilò, divenne pallido come la morte, le labbra gli tremavano convulse, e grosse gocciole di sudor freddo gli scorrevano dalla fronte.

A Zoraide si raddoppiarono i singhiozzi, e Fra Mariano, con voce malferma che mostrava quanto il suo cuore si lacerasse alla vista dell'infelicissimo giovane, potè pur dire:

—Jeri è volata in cielo; Dio la fa ora più contenta che non sarebbe stata fra noi....—

Ma anch'esso, il buon frate, sentì dal pianto troncarsi le parole, e tacque.

La pietra, ricondotta coi pali di ferro sul vano della tomba, trovò il suo incastro, vi cadde, vi si fermò.

Ettore era sempre immobile: Fra Mariano venne a lui, gli prese la mano, che ebbe senza resistenza, l'abbracciò, lo volse per farlo uscir di colà, ed Ettore obbedì. Saliron la scala, usciron di chiesa; duravano i lampi, i tuoni e l'acqua a secchie. Quando furon presso la foresteria, si sviluppò Fieramosca dalle braccia del frate, e prima che questi potesse quasi profferir parola, era già in sella curvo sul collo del cavallo, fittigli nella pancia gli sproni; ed il galoppo sonava sotto il portone della torre.

Nè gli amici di Fieramosca, nè uomo nessuno di quell'età lo vide mai più, d'allora in poi nè vivo nè morto.

Si fecero varie congetture sulla sua fine; tutte però vane ed incerte. Una sola potè presentare un tal che di verisimile e fu questa.

Alcuni poveri montanari del Gargano, che attendevano a far carbone, raccontarono ad altri villani (e così da bocca in bocca dopo molto tempo corse la voce in Barletta, quando già s'era levato il campo spagnuolo), che era loro comparso, una notte d'un gran temporale, una strana visione d'un cavaliere armato a cavallo sulla cima di certe rocche inaccessibili, che stavano sopra un burrato cadente a piombo nel mare: cominciarono a dirlo pochi, poi molti, poi alfine tutti dissero e tennero per fermo fosse stato l'arcangelo San Michele.