Il discorso fu accolto con un bisbiglio d'approvazione, e tutti giurarono. Furono scritti i nomi e dati al signor Prospero, il quale alzatosi da sedere, venne alla porta, ove due famigli gli tenevano apparecchiata una mula: vi salì, ed accompagnato da que' soli due s'avviò alla rocca.
Dopo una mezz'ora, che parve un secolo all'impaziente ansietà di que' giovani, ritornò; e scavalcato, entrò nella sala terrena rimettendosi ciascuno al luogo di prima: il silenzio e l'espressione degli occhi fissati tutti sul barone romano, mostravano quanto fosse la smania di conoscer la scelta, e la speranza d'ognuno d'averla favorevole.
—Il magnifico Consalvo—disse alla fine il signor Prospero, cavandosi di seno le carte e deponendole sulla tavola—si chiama grandemente soddisfatto del virtuoso proposito vostro: è certo che al vostro valore sarà questa facile impresa: concede salvocondotto e campo franco per dieci uomini d'arme; e non è stato piccol travaglio condurlo a questo numero: solo vi si piega per l'importanza del fatto.—
Spiegato allora il foglio che conteneva i nomi degli eletti, lesse i seguenti:
—Ettore Fieramosca.—Questi, vedendosi nominato il primo, strinse con allegrezza il braccio di Brancaleone che gli sedeva accanto, mentre gli occhi di tutti si volsero a lui mostrando che nessuno credeva potergli contendere il primo posto.—
Romanello, da Forlì.
Ettore Giovenale, romano.
Marco Carellario, napoletano.
Guglielmo Albimonte, siciliano.
Miale, da Troja.
Riccio, da Parma.
Francesco Salamone, siciliano.
Brancaleone, romano.
Fanfulla, da Lodi.
Chi si fosse trovato presente, senza conoscere nessuno di persona, avrebbe facilmente potuto distinguere dal viso contento coloro che la sorte destinava alla nobile impresa. Il volto sempre pallido di Fieramosca si tinse d'un bel vermiglio, e nel parlar che faceva ai compagni, i baffi castagni che gli vestivano il labbro tremavano, e facean conoscere quanto fosse forte la commozione interna che provava. I suoi pensieri più cari trovavano alla fine occasione di produrre opere degne di loro. Finalmente, diceva in cuor suo, potrà una volta il sangue italiano scorrere a miglior fine che a sempre difendere gli stranieri invasori. Se alcuno gli avesse detto allora «vinceranno i tuoi, ma tu vi morrai» si sarebbe chiamato contento mille volte: ma v'era pure speranza, e quasi certezza di vincere, e goder la vittoria; e pensava, dopo questa, come sarebbe stato il ritorno pieno di gloria, di feste e d'allegrezze (quanto è raro che l'uomo preveda il vero!): immaginava le lodi, l'onore eterno che ne verrebbe all'Italia ed al suo nome, e quanto i suoi più cari andrebbero orgogliosi per cagion sua. A questo punto un pensiero che gli sorse dal profondo del cuore, passò come una nube, ed oscurò un momento la gioja che gli splendeva sul volto: forse sventure passate fecero sentire al suo cuore l'acuta spina di funeste rimembranze: ma durò un momento. Poteva egli allora aver altra cura maggiore di quella della battaglia?
Prospero Colonna era stato scelto da Consalvo a maestro del campo, il che gl'imponeva l'obbligo di mandare il cartello della disfida, di metter a cavallo i suoi, di vedere che nulla mancasse loro di ciò che potea procurare la vittoria, d'aver l'occhio finalmente che si combattesse dalle due parti a buona e giusta guerra.
Si parlò prima di tutto del giorno e del luogo da fissarsi. Erano i primi del mese: fu stabilito si combatterebbe dopo la metà, onde rimanesse tempo largo ad allestirsi. Quanto al luogo, si sarebbe mandato uomini esperti a scegliere il più conveniente.
Dopo di ciò si stese il cartello, che fu scritto in francese, e consegnato a Fieramosca ed a Brancaleone onde lo portassero al campo nemico quell'istesso giorno. Disposte così le cose, si volse il signor Prospero ai dieci eletti, e disse loro: