Eravamo sorti a Taranto; e quivi riposatici, uscimmo dal porto una mattina per andar a Manfredonia. Era una nebbia folta del mese di maggio, e la nostra barca a due vele latine e dodici remi, volava sul mare piano come una tavola. A mezzo giorno ci si scopersero addosso quattro navi ad un trar d'archibugio, e ci chiamarono all'ubbidienza. Volevo fuggirle, ed avremmo potuto, che stavamo a sopravvento; ma considerato che coll'artiglierie potevano fare qualche mala opera, presi partito d'andare a loro.

Erano legni viniziani che venivano di Cipri, e conducevano a Vinegia Caterina Cornaro, regina di quell'isola. Saputo l'esser nostro, non ci detter noja, e dietro loro seguivamo il viaggio.

Era già fatta notte: la nebbia cresceva, ed io stimavo gran ventura aver trovato costoro che ci aiutavano a non ismarrir la strada in quell'oscurità.

Presso la mezzanotte, Ginevra dormiva, e solo due uomini stavano in piedi per regolar la vela e diriger la barca; ma anch'essi tratto tratto andavano dormicchiando. Io seduto a prora vegliavo, fisso in mille pensieri. Tutto era cheto. Mi parve udire sulla coverta della nave della regina, che ci precedeva di mezz'arcata, i passi d'alcuni uomini; gli udivo parlar sommesso, ma parole concitate e piene d'ira; tesi l'orecchio; una voce di donna si mescolava all'altre, e pareva chiedesse mercede: seguiva un pianto, e s'udiva a riprese, quasi costoro tentassero soffocarlo. Alla fine sentii un tonfo nel mare, come d'un corpo cadutovi. Io dubitando forte mi rizzai, e stringendo le ciglia, mi parve vedere non so che bianco agitarsi a fior d'acqua: mi buttai a mare ed in quattro sbracciate mi vi trovai accosto, afferrai un lembo di veste, e presolo coi denti tornai alla barca traendomi appresso un corpo. Gli uomini miei s'erano risentiti allo strepito; m'ajutarono risalire, e tirar su chi era meco. Trovammo una donzella in sola camicia, legate le mani con una villana corda, e non dava segno di vita. A forza d'ajuti tuttavia si riebbe alla fine. Facemmo di rimaner addietro ai Viniziani che seguirono il lor viaggio, nè si curarono di noi. Calammo la vela ed aspettammo fermi che aggiornasse. Uscito il sole si allargò il tempo, ed in poche ore fummo a Manfredonia, ov'io trovai il signor Prospero, e Ginevra cogli altri allogai all'osteria.

Tu ora vorrai sapere chi fosse codesta donzella campata dal mare, ma non posso soddisfarti, perchè nemmen io lo so. Non è mai riuscito nè a me nè alla Ginevra di strapparle una parola sui suoi casi, o sull'esser suo. Ell'è nata in Levante, è Saracina certamente, e più diritta e leale ed amorevole che donna del mondo; nel tempo stesso fiera ed ardita che non la sbigottiscono nè il sangue, nè l'armi, ed in faccia al pericolo è più uomo che donna. Da quel giorno in qua è rimasta sempre con Ginevra: ed io feci in modo che la badessa di Sant'Orsola le ricevesse entrambe nel suo monastero, ove per la vicinanza (ora che la guerra ci tiene chiusi in Barletta) posso venirle visitando più spesso.


[CAPITOLO SESTO.
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In questa giunsero i Francesi che dovevano condurli al campo: i due amici s'alzarono, e presi i cavalli s'avviarono con loro.

Attraversarono per mezzo lunghe file di tende e di trabacche, mirando l'assetto di quelle genti che correvano sulla loro via per sapere a che venissero; ed in mezzo ad una folla di soldati sboccarono su una piazza formata da molti padiglioni disposti in giro, nel centro dei quali, sotto una gran quercia, era teso quello del capitano. Vi s'era radunato il fiore dei caporali dell'esercito; scavalcarono, e furono messi dentro. Dopo cortesi ma brevi accoglienze, vennero portati due sgabelli, sui quali sederono volgendo le spalle alla porta.

La tenda parata d'un drappo azzurro sparso di gigli d'oro era in forma d'un quadrilungo, diviso in due quadrati uguali, da quattro colonne sottili di legno a strisce celesti e d'oro. In fondo era il letto coperto d'una pelle di pardo, sotto il quale dormivano sdrajati due gran levrieri. Poco distante una tavola ingombra confusamente d'un monte d'ampolle, di spazzole, di collane, di giojelli, e sopra la quale era appeso uno specchio poligono chiuso in una cornice d'argento lavorata a cesello, mostrava che il gentil duca non isdegnava la cura dell'attillarsi: ed un elegante moderno avrebbe bensì cercato invano su questa toilette l'indispensabile acqua di Colonia, ma poteva trovar però un compenso in due gran vasi di argento dorato sui quali era scritto Eau de Citrebon, ed Eau Dorée. Più fogge d'armature eran appiccate alle colonne a guisa di trofei, ed in traverso posate sovra arpioni, lance e zagaglie.