Ne feci motto alla Ginevra, la quale, udito da me alla fine quanto le fosse occorso, ondeggiava in varj pensieri senza sapere a che risolversi. Con molte parole le mostrai che in modo nessuno le conveniva tornarsene a Roma, ove il Valentino avrebbe con facilità potuto trovarla, ed emendare il primo colpo fallito: che suo marito, avvolto nelle faccende della guerra, e tutto cosa del duca, difficilmente avrebbe potuto, anche volendo, servirle di difensore: e poi come, dove rintracciarlo? La pregavo, con affetto grandissimo, non volesse andar contro ad una quasi divina disposizione, che per istrade tanto fuor delle ordinarie ci aveva riuniti, togliendola da una condizione piena d'insidie e di pericoli: pensasse che levandoci di qui, potevamo per la supposta morte condurci senza sospetti in parte ove libera e tranquilla potrebbe almeno aspettare e vedere dove andasse a parare la sua fortuna e quella di suo marito; ed alzando la fede, le dissi queste formate parole:

—Ginevra! io giuro alla Vergine Santissima che sarai meco, non altrimenti che se fossi con tua madre.—Franciotto ancor esso ajutava; tantochè la buona Ginevra alla fine con molti sospiri, nè potendo affatto vincere un cotal rimorso che la rodeva mi disse:—Ettore, tu sarai mia guida, a te sta il mostrare che il Cielo, e non altri mi t'ha mandato.

Entrato in questa risoluzione feci al maestro un'altra orazioncina colla mano sulla daga, poi lo rimandai a Roma in compagnia di Franciotto, dal quale mi divisi con grandissimo dolore. Montati in barca colle nostre poche robe ci levammo di quivi e giù per fiume giunti ad Ostia ci drizzammo terra terra verso Gaeta. Il reame era tuttora in mano de' Francesi; ed essendo loro amico il Valentino, non mi pareva esserne sicuro finchè non mi trovavo mille miglia lontano da loro. Per la qual cosa, più che potevo, senza troppo affaticar la Ginevra, col continuo viaggiare sollecitavo ad allontanarmi da quelle coste; e come a Dio piacque ci trovammo una sera a salvamento in Messina; e ringraziai di tutto cuore Iddio di averci tratti da tanti pericoli.

Giunto Fieramosca a questo punto, vide che dal campo si movevano molti uomini a cavallo i quali venivan per loro, e soggiunse:

Troppe cose mi resterebbero a narrarti; costoro vengono, e mi manca il tempo. Ma per conchiudere: passammo circa due anni in codesta città. Ginevra si ritirò in un monastero, ed io, che m'ero dato per suo fratello, la visitavo più sovente che potevo.

Passato questo tempo s'era accesa la guerra fra Spagnuoli e Francesi. La vita ch'io menavo mi parve alla fine troppo indegna di un soldato e d'un Italiano.

Legato com'ero dal voto fatto in Santa Cecilia non potevo sperare al nostro amore virtuoso fine.

Tutt'Italia era in arme: i Francesi parevano i più forti; ed oltre l'amor di patria che mi spingeva a combattere il nimico più pericoloso, avevo una vecchia ruggine co' Francesi e colle loro insolenze. Scorgevo ancora, ti dico il vero, più sicurezza per la Ginevra all'ombra delle bandiere di Spagna, ove non poteva giungerla il Valentino.

Queste ragioni conosciute vere dall'animosa Ginevra, che non ostante il suo amore per me non poteva patire ch'io rimanessi addietro, mentre si combatteva per la fortuna d'Italia, ci risolvettero in tutto; e, scritto al signor Prospero Colonna che metteva genti insieme per Consalvo, mi posi sotto la sua bandiera.

In quel tempo si trovava colla compagnia a Manfredonia; onde noi, lasciata Messina, per mare ci drizzammo a quella volta. In quel viaggio ci accadde uno strano accidente.