L'occhio suo, scopritore d'ogni pratica, indagatore d'ogni senno e d'ogni cuore più chiuso, gli mostrò qual fosse realmente allora la condizione d'Italia. Conosceva il valore impetuoso de' Francesi, più atto a vincer una giornata che a sostenere i fastidj di una guerra magra e lunga.

Presentiva quanto valesse il solo Consalvo ad abbattere la loro potenza. Lo vedeva per valore, prudenza, perseveranza terribile, presso a fiaccare la fortuna de' gigli. Gli parve dunque d'attaccar qualche filo con lui onde aver aperta una porta, se gli venissero meno gli antichi amici. Una pratica tanto gelosa, e della quale se fosse trapelato nulla alla parte francese, al certo si trovava disfatto, non poteva esser commessa alla fede d'alcuno. Per questi rispetti era partito occultamente da Sinigaglia, e s'era condotto a Barletta.

Mancava un'ora all'alba, ed il Valentino che aveva di quei temperamenti ferrei ai quali non è quasi necessario il riposo, si alzò, chiamò Don Michele che già stava in orecchi per non esser tardo, e consegnandogli una lettera gli disse.

—Questa a Consalvo. Daratti un salvocondotto. Se ti domanda di me, io non sono in Barletta, ma son presso. Jer sera da quei soldati, che facean gozzoviglia qui sotto, seppi il fatto di Ginevra al tutto. Ora son certo che quel Fieramosca l'ha seco, o non lontana: e suppongo in parte ove si va per mare. Prima di vespro vo' saper dov'è. Trova Fieramosca, e fa che non mi fuggano.—

Don Michele ricevette la lettera e gli ordini del suo signore senza profferir parola. Tornò in camera, si vestì, e quando fu giorno chiaro, tiratosi in capo il cappuccio s'incamminò alla rocca.

Mentre Don Michele usciva, il duca s'era fatto alla finestra, e lo seguitava guardandolo di malissimo occhio, e facendo un viso che ad altri avea presagito sventure. Eppure fra quanti ribaldi avesse al suo servizio, e n'aveva di segnalati, nessuno potea dirsi tanto l'anima d'ogni sua impresa quanto costui; e se può albergar fede, in un suo pari, certo e' ne aveva data prova al suo signore in occasioni di somma importanza. Ma appunto per avergli obblighi grandi, e per non potere, senza tagliarsi un braccio, spegnerlo a sua posta, Cesare Borgia l'odiava. L'origine sua era poco nota. I più lo dicevan Navarrese; e sul fatto, che l'avea condotto a' servigi del duca, si raccontava uno strano caso d'una vendetta che egli avea adempiuta contra un fratel carnale nel modo che passiamo a narrare.

Aveva Don Michele una moglie giovane e bella, ed un suo fratello scapolo e minor d'anni viveva in casa sua. La bellezza della cognata potè tanto sul cuore del giovane, che, gettato ogni rispetto dietro le spalle, s'adoperò in modo da ridurla ad ogni sua volontà. Ma non seppero tanto ben nascondere questa tresca che non se ne avvedesse una fanticella: ne fece la spia al marito. Questi postosi in agguato, li sorprese: e, cavato un pugnale per dare ad ambedue ad un tempo, venne loro fatto di fuggirgli dalle mani senza altro danno che una leggiera ferita. Fu tanta la passione del torto ricevuto, che, messosi in traccia del fratello il quale colla cognata fuggiva per porsi in sicuro, lo voleva ammazzare ad ogni modo. Ma questi, udito che gli avea giurata la morte addosso, seppe tanto schermirsi che per molti anni gli ebbe mandato vuoto ogni suo disegno: il che fu cagione che l'offeso, disperatosi affatto di poter fare le sue vendette, era da tal furiosa passione condotto al sepolcro.

Intanto venne bandito un Giubileo nell'anno mcccclxxxv, e nella terra ove dimorava Don Michele si fecero processioni, penitenze, prediche per le piazze, onde molti odii di parte si spensero, furono fatte paci, ed anch'esso parve si risolvesse a deporre ogni rancore per voltarsi in tutto alle cose di Dio. Ma il fratello, per quante proteste gli venisser fatte da parte sua non si volle mai piegare a capitargli d'innanzi. Al fine dell'anno santo, consumato da Don Michele in continue pratiche di penitenza, si risolse di lasciar il mondo affatto, e condottosi ad un convento di Scalzi, entrò in noviziato, compiuto il quale pronunciò i voti solenni. Mandato da' superiori in varie parti di Spagna, e persine a Roma allo studio della teologia, divenne grandissimo dottore, e tornando in patria con voce d'uomo di santa vita, parve ai religiosi di conferirgli il sacerdozio. Disse la prima messa con quella pompa e frequenza di popolo, d'amici e di congiunti che si usa; finita che l'ebbe, e, tornato in sagrestia, si pose (tale il costume) colla pianeta ancora indosso, ritto sulla predella, ove gli amici ed i parenti venivano l'un dopo l'altro a baciargli la mano ed abbracciarlo.

Da tutti, replicate volte, era stato udito deplorare l'odio nutrito tant'anni contra il fratello, e dire spesso, che non aveva al mondo altro desiderio se non d'ottenere intero obblio del passato, anche, qual servo di Dio, umiliandosegli il primo. In questa solenne occasione, mosso dalle preghiere di tutti i parenti, si risolse alla fine il fratello venire anch'esso cogli altri, e quando gli fu innanzi con parole molto modeste cominciava a parlare, nell'atto che cingendo colle braccia il sacerdote, se lo stringeva al petto, ma poi invece di rialzar il capo, furon viste mancargli le ginocchia, cadde rovescio in terra, dando un gran sospiro, ed il prete brandendo in aria un pugnaletto sottile che in quell'abbracciamento gli avea cacciato nel cuore, ne baciò la lama stillante, e spinto col piede il cadavere disse: Ci sei capitato! e sparì via. Fu tanto lo sbalordimento degli astanti, che non fecero verso di lui dimostrazione veruna.

Per questo fatto ebbe il bando della testa; fuggì di paese in paese, finchè si ricoverò a Roma, e dal Valentino ebbe salva la vita. Questi penò poco a conoscere le sue virtù, presto l'adoperò in cose di somma importanza, ed il ribaldo frate diventò in breve l'anima di tutte le sue imprese.