Quando giunse alla porta del castello, interrogato dalla guardia di chi cercasse, mostrava un cofanetto che tenea sotto braccio, dicendo esser allora giunto di Levante, e cercar di Consalvo per offerirgli più qualità di cose rarissime, rimedii segreti contra le malìe, e cento pappolate. Un di costoro, dopo averlo squadrato, gli accennò lo seguisse.

Entrarono in un gran cortile, chiuso da fabbriche alte d'architettura antica. Le camere d'ogni piano avean l'uscita su logge aperte verso l'interno, rette da colonne di sasso bigio, sulle quali posavano archi ora tondi ora a sesto acuto, secondo le diverse epoche della loro costruzione. Molte torri rotonde, coronate di merli a coda di rondine, e del color rossiccio de' mattoni vecchi, sorgevano a disuguali distanze, e s'alzavano molto al di sopra dei tetti. Sulla cima della maggiore, detta la torre dell'oriuolo, sventolava un grande stendardo giallo e vermiglio, la bandiera di Spagna.

Salirono al primo piano per una scala esterna a largo parapetto, sul quale erano posti in fila molti leoni di pietra, rozzamente scolpiti, ed entrarono in una sala ove Don Michele venne lasciato dalla sua guida che gli disse:

—Quando il gran Capitano uscirà, gli potrete parlare.

—E di grazia, quando uscirà?

—Quando ne avrà voglia—rispose ruvidamente il soldato, e se n'andò pe' fatti suoi.

Don Michele sapeva benissimo che la pazienza è la dea delle anticamere, perciò tacque; ed accortosi che una brigata di gentiluomini radunata in fondo presso di gran finestroni che davan sul mare, lo andava squadrando, si pose, per atteggiarsi in qualche modo, a passeggiare osservando le antiche pitture, ond'erano piene le mura. Così a poco a poco si venne loro accostando naturalmente: chi sa, pensava, che non trovi da far bene anche qui! Alla fine colse destramente l'occasione d'incastrar qualche parola fra i loro discorsi, e, dopo pochi minuti era divenuto anch'esso uno della brigata.

Quella fortuna che i galantuomini invocano quasi sempre inutilmente, lo servì meglio che non s'aspettava. Osservando con sottile sguardo quei signori, notò fra gli altri un uomo sui cinquant'anni, alto, smilzo, con una spalla che usciva leggermente fuori di simmetria, il quale teneva cinto uno spadone che gli alzava dietro il gabbano, e dava per gli stinchi a chi gli era accosto, mentre s'andava centinando per istrisciar inchini, e far l'uomo necessario ed intrinseco di ciascuno, e principalmente di coloro che erano di maggior riguardo. Le ciglia che s'alzavano in arco sino a mezza la fronte, e due occhi bigi, tondi ed ammirativi, davano al suo viso magro l'espressione della curiosità unita alla dabbenaggine; e questa qualità appariva poi più spiccata in un sorriso perenne di compiacenza col quale accompagnava tutti i suoi discorsi. Quest'uom dabbene era Don Litterio Defastidiis, podestà di Barletta, l'uomo più curioso, più vano, più stucchevole del mondo.

Don Michele che s'intendeva di fisonomie, conobbe tosto che avea trovato il fatto suo. Gli s'accostò; e con modi cortesi e schietti, che, quando voleva, sapeva usare ottimamente, appiccò seco ragionamento. Il podestà non finiva mai un discorso senza la lepidezza obbligata (di quelle tali che il nostro lettore conosce sicuramente, se è stato in qualche paesetto del Regno, seduto una mezz'ora del dopo pranzo sulla panca dello speziale): e di più voleva che si ridesse. Don Michele crepava dalle risa, e gli diceva: Io non conobbi mai il più piacevole uomo! oh bella questa! oh curiosa quest'altra; e così diventarono amiconi in meno di mezz'ora.

In quel tempo Prospero Colonna che usciva da Consalvo col salvocondotto per la sfida, traversò la sala, e tutti gli fecero riverenza. Don Michele domandò chi fosse quel barone, e a Don Litterio non parve vero di far il saccente, e venne a parlar della sfida, di ciò che s'era detto alla cena, di Fieramosca, de' suoi amori; e Don Michele n'ebbe miglior mercato che non sperava, e disse, mostrando premura: