Queste parole coperte destarono vieppiù la curiosità di Zoraide, ed Ettore narrò anche a lei ciò che avea raccontato a Ginevra.
La giovane rimase sospesa, pensando per qualche momento; poi disse, scuotendo il capo:
—Io non vi capisco. Tanta collera, tanto romore perchè i Francesi dicono stimarvi poco! Ma non ve l'hanno detto anche più chiaro col fatto venendo nel vostro paese a divorar le vostre biade, a cacciarvi dal vostro tetto; non ve lo dicono gli Spagnuoli al par de' Francesi venendo anch'essi in Italia a far quel che fan loro. Il cervo non caccia il leone dalla sua tana, ma il leone caccia il cervo e lo divora.
—Zoraide, qui non siam fra barbari, ove la sola forza decide tutto. Troppo ci vorrebbe a dirti quali ragioni abbia la corona di Francia sul Reame. Devi sapere soltanto che è feudo di Santa Chiesa. E ciò significa ch'essa n'è padrona; ed essendo padrona, n'ha investito, son circa dugento anni, Carlo duca di Provenza, del quale è erede il Cristianissimo.
—Oh bella! ed alla Chiesa chi l'ha donato?
—L'ha donato un guerriero francese che si chiamava Roberto Guiscardo, il quale per forza d'arme se n'era fatto padrone.
—Ora poi capisco meno che mai. Il libro che m'ha dato Ginevra, e l'ho letto tutto, sai, e con attenzione, non è egli scritto da Issaben-Jusuf?
—Sì.
—Non dice forse che tutti gli uomini son fatti ad immagine di Dio, ricomprati col suo sangue? Capisco vi sia fra i cristiani alcuni che, abusando della forza, si faccian signori dell'avere e delle vite dei loro eguali; ma come quest'abuso possa cambiarsi in diritto che ricada sui figli dei figli, non lo capisco.
—Io non so—rispose Ettore sorridendo—se tu non capisca, o se capisca troppo. Quello che è certo, senza questo diritto che cosa diverrebbero i papi, gl'imperatori, i re; e senza loro come andrebbe il mondo?—