Con tutte queste chiacchiere era venuto tardi.

—Qui bisogna andarsene—disse Fieramosca; s'alzò, ed accompagnato dalle due donne s'avviò passo passo alla sua barchetta. Ginevra scese con lui sino al basso dello scoglio, e Zoraide, ch'era rimasta di sopra, fu salutata da Ettore mentre entrava in battello; ma essa appena rispose e si tolse di là. Questi non ne facendo caso, disse a Ginevra:

—Non ha sentito. Me la saluterai. Dunque addio. Questi giorni, Dio sa se potremo appena vederci. Basta: in qualche modo faremo.—Diede de' remi all'acque, e s'allontanò dall'isola. Ginevra, risalita la scala, rimase in alto un pezzo guardando, sopra pensieri, le due linee divergenti che dalla prora della barchetta si prolungavano indietro per lungo tratto di mare. Quando non vide più nulla, entrò nella foresteria, e, chiusa la porta, la sbarrò per la notte con due chiavistelli.


[CAPITOLO NONO.
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Dal principio del mondo in qua gli uccelli sono sempre stati presi dagli uccellatori a un di presso cogli stessi zimbelli, e gli uomini sono sempre stati colti alle stesse reti.

Ma la più pericolosa di tutte è forse quella che mette in giuoco il nostro amor proprio. Lo sapea Don Michele, e conosciuto di qual piè zoppicasse il podestà, in pochi colpi, come abbiamo veduto, l'ebbe in sua mano. Quando uscì dell'anticamera di Consalvo per cercar del servitore del Comune, andava fantasticando, rivolgendo fra sè mille pensieri, e non capiva in sè dall'allegrezza d'aver trovato chi gli prometteva tante maraviglie. Talvolta, è vero, gli nasceva il sospetto fosse un ciurmatore; ma, avendo alta idea della propria avvedutezza, diceva come tutti quelli che passan la loro vita ad esser fatti fare: «A me non me la fanno.»

Si trovò all'osteria del Sole secondo l'appuntamento. Ma non ebbe per allora nulla a dire a Don Michele, poichè il servo, che a suo credere era tanto mirabile indagatore, aveva promesso molto, operato poco, e scoperto niente.

La sera a cena la moglie e la fante s'accorsero che qualche gran cosa gli bolliva nel cervello, e non gli lasciaron mangiar boccone che gli piacesse, a furia d'interrogazioni. Fu gran fatto che non ispiattellasse tutto: chè il serbare un segreto, massime se gli pareva potesse dargli riputazione, era per lui maggior fatica che il trattener la tosse a chi n'abbia il prurito. Già gli uscivan delle mezze parole. Eh, lo so io!... se sapeste!... se mi va bene un certo affare!... Poi pensò un tratto, si sbigottì del pericolo, s'alzò da tavola, e, preso un lume con istizza, se n'andò a letto.

Quella notte gli parve un secolo. Alla fine venne il giorno, si vestì in fretta, e sceso in piazza si piantò da un barbiere ove Don Michele gli avea promesso di venirlo a trovare. Sedè sulla panca della bottega ove capitavano ogni mattina il notajo, il medico, lo speziale, e due o tre altri che eran le teste quadre di Barletta. Posta una gamba sull'altra, dimenava così un poco il piede che restava in aria; il braccio sinistro stava rasente il busto, e la sua mano al fianco opposto riceveva nel concavo della palma il gomito destro; colle dita si sonava il tamburo sul mento guardando ora di qua ora di là se comparisse l'amico; poi in aria, perchè non compariva. Lo speziale, il notajo e gli altri gli avevan detto più volte: Ben levato signor podestà; ma vedendo che faceano poco frutto, e che appena rispondeva, si tenean in rispetto, parlando fra loro sotto voce, e dicendo: Che diamine ci sarà di nuovo questa mattina! Don Litterio li lasciava dire e taceva, poichè aveva due visi al suo comando; uno umilmente giulivo per coloro che eran dappiù di lui; l'altro arricciato, e pieno d'angoli per quelli che eran da meno; e questo, come ognuno sa, è il bel dono concesso dal Cielo a tutti gli sciocconi.