Per esser nel monastero, poter esaminar i luoghi, e disporre i mezzi necessari ad aver in mano la donna, vide che il podestà poteva essergli utilissimo. Conveniva inspirargli tal fiducia che gli uscisse del capo ogni sospetto sulla rettitudine de' suoi fini. Lo trasse da canto e gli disse:
—Bisognerà che la discorriamo un poco. Aspettatemi all'osteria del Sole; intanto vedrò se costui sapesse insegnarmi quel giovane che ogni poco visita la Ginevra.—Don Litterio s'avviò all'osteria, ed egli, condotto seco l'ortolano nel luogo ove si mutavan le guardie, ed era pieno d'ufficiali e soldati, gli domandò:
—È fra questi?
Gennaro guardò un poco, vide Fieramosca, e disse:—È quello.—
E Don Michele da un di que' soldati seppe finalmente che avea trovato chi cercava.
Cinque minuti dopo era col podestà all'osteria, a quell'ora deserta, e seduti uno in faccia all'altro ai due lati d'una tavola sulla quale stavano due bicchieri ed un boccale di greco.
Cominciò Don Michele con una fisonomia tutta modesta:
—La scoperta è fatta. Ma prima d'entrar in altro v'ho da dir due parole. Don Litterio, io ho girato il mondo, e fo professione di conoscer gli uomini dabbene a prima vista. Dal poco che abbiamo discorso insieme ritraggo che non è al mondo il miglior ingegno del vostro.—
Il podestà annunziava col viso una risposta al complimento.
—No, no, non serve.... dico quel che penso. Voi non mi conoscete. Se pensassi il contrario, vi direi tondo, signor podestà, abbiate pazienza, ma siete un cervellino. Dunque s'io fossi un ciurmatore cercherei d'un altro. Ma siccome mi vanto d'esser uomo dabbene quanto chicchessia, e venga chi vuole, così non temo aver che fare con chi tien gli occhi aperti. Ora vi voglio dir tutto, e neppure avrete a prestar fede alle sole parole; vedrete fatti, ed allora potrete conoscere d'esservi impacciato con un galantuomo.—