Qui cavò fuori una sua filastrocca: che egli era stato gran peccatore, e per avere il perdono era andato al Santo Sepolcro; che un eremita del Libano l'aveva finalmente assolto, dandogli per penitenza che dovesse per sette anni girare il mondo, ed ove trovasse da far opere buone, e fossero di qualunque sorta, avesse ad adoperarvisi, a costo eziandio della vita, contentandosi di viver umile e povero; ch'egli così facendo poneva in beneficio degli uomini le forze e 'l sapere acquistato ne' suoi lunghi viaggi in Persia, in Siria ed in Egitto.
—Ora—proseguiva—intenderete perchè con tanta premura m'accinga a liberar questo vostro amico dal suo amore e da quei pericoli che potrebbero partorire l'eterna dannazione dell'anima sua. La donna dunque è senza dubbio quella madonna Ginevra di Santa Orsola. A voi sta farmi trovar con lei. Potreste temere non fossi un tristo: nè vi fidereste porre chi non conoscete in quella santa casa, ed avete mille ragioni.—
Don Litterio si scontorceva.
—No—vi replico—avete mille ragioni; nessuno porta scritto in fronte ch'egli è uom dabbene. E son pur tanti i tristi! Ma quando vi mostrassi che, coll'ajuto di Dio, mi basta la vista di estrarre i tesori dalle viscere della terra, frenar la furia d'una palla d'archibugio, ed eseguir altre cose difficilissime, le quali vedrete farsi da me, e che vostro sarà tutto l'utile senza che io ne tocchi grano, contentandomi di quel poco che basta a sostentar la mia povera vita, dovrete dire: Costui potrebbe farsi ricco e viver negli agi; invece è povero, e vive in travaglio: dunque ciò ch'egli narra è vero, nè può meritamente esser tenuto un tristo. Due parole e finisco: A molti è giovato l'essermi capitati innanzi; potrebbe giovar anche a voi. Pensateci, e risolvete presto. La penitenza che debbo compiere m'obbliga a scorrere il mondo senza fermarmi in nessun luogo più di una settimana.—
Quest'aringa, che il podestà ascoltò a bocca aperta senza fiatare, fece sì che fra sè si vergognasse d'aver potuto pensar male. Tuttavia, per darsi dell'uomo accorto, rispose che, ove avesse veduta qualcuna di quelle prove, gli avrebbe nel resto prestato il suo ajuto volentieri.
Così rimasti d'accordo, si lasciarono, intesi che al più presto Don Michele si sarebbe fatto rivedere, ed intanto avrebbe adoperato i suoi argomenti onde conoscere se in quei contorni giacesse sepolto un qualche tesoro.
Apparecchiato in tal modo il podestà, e vedendo che il suo inganno si metteva tanto bene, si dispose allora allora di caricar la trappola; cercò di Boscherino, e gli disse come in servigio del duca gli bisognava l'opera sua. Quegli, che al solo nome del Valentino tremava a verga, rispose, senza neppur sapere di che cosa si trattasse: Son pronto. Don Michele, senza aprirsegli per allora, gli disse soltanto: Aspettami fuor della porta che mette sul lido e conduce al ponte di Santa Orsola (la tregua fra i due eserciti accettata dal capitano francese permetteva agli assediati di scorrer al di fuori per la campagna). Boscherino fu esatto all'appuntamento, non meno della sua guida, che lo raggiunse portando sotto braccio un involto.
Chi volesse seguitar costoro, li vedrebbe andar lungo la spiaggia sino ad un miglio oltre il ponte che congiunge l'isola alla terra ferma, quivi voltando a sinistra, ficcarsi fra i macchioni d'una valletta deserta, ed entrare in una chiesetta antica, abbandonata, che molti anni avea servito di cimitero; ma questo viaggio, per non ripeterlo, aspetteremo a farlo a notte chiusa; e di questa economia speriamo che il lettore ce ne sappia buon grado.
Diremo soltanto che sulle ventidue ore comparì in piazza Don Michele solo, s'accostò al podestà che era in sulla bottega del barbiere, e gli disse all'orecchio:
—Il luogo è trovato. Stasera al tocco delle tre ore sarò all'uscio vostro. Non vi fate aspettare.—