La lanterna in quel trambusto s'era rovesciata, ed illuminava a sott'insù quella strana brigata, che, rimasta così un momento immobile per accertarsi che i due presi non si sarebber nè voluti nè potuti difendere, appariva composta della mala razza che in quei tempi erano detti venturieri. Ora li chiamiamo assassini, ed anche allora lo erano, ma si distinguevano con questo nome specialmente le bande composte la maggior parte di soldati che avean abbandonate le bandiere per unirsi sotto un capo, e rubar i paesi facendo quanti mali potevano.
Alcuni, armati d'un petto o corsaletto, chi con una cervelliera di ferro, quali colle spade, chi con pugnali, chi con coltello, molti con cappelli a punta, su quali svolazzavano penne e nastri, e quasi tutti o sul petto o sul capo aveano l'immagine di qualche Madonna. Molti invece di scarpe portavano sandali di pelle di capra, coi quali potevano meglio reggersi ed arrampicarsi per le montagne.
Dei visi non è da dire. Veduti al lume di quella lanterna colle barbe ed i baffi lunghissimi, incolti ed arruffati, parean demoni scatenati.
Un di costoro, gettata in terra la partigiana che teneva alla gola del podestà, strappò ad esso ed al suo compagno l'arme d'accanto, e scosse loro i panni per vedere se ne avessero altre nascoste.
Nel tempo di questa baruffa, lo spettro sbrigatosi dal lenzuolo, era diventato uomo di questo mondo, e, conoscendo che non era tempo da perdere, s'era arrampicato su pel campanile, e, seduto su una trave attenendosi alle pietre che sporgevano dal muro, stava aspettando il destro di scampare, e dallo scuro, non essendo veduto, poteva benissimo osservare ciò che accadeva in chiesa.
Intanto il capo de' malandrini, giovane che poteva aver circa diciassette anni, ma di terribile aspetto, robusto, con una cicatrice che gli fendeva la fronte quant'era larga, e gli faceva il sopracciglio più alto d'un dito, menò un calcio sotto le reni al podestà per risolverlo ad alzarsi, mandando quel muglio di chi non ha gli organi della parola. Non vi poteva esser un rimedio più pronto per guarirlo dallo sbalordimento; s'alzò senza aspettare la seconda dose, e tratto in un angolo con Don Michele, furon legati e guardati da alcuni di costoro, mentre gli altri prendevano e contavan l'oro al lume della lanterna. Ciò fatto, lo posero in una borsa di pelle che il capo aveva alla cintola, ed usciron tutti, messisi in mezzo i prigioni, ai quali, con quei cortesi modi che usa simil gente, dissero di camminare spediti se non volevano assaggiar le punte delle loro daghe.
Dopo aver fatto mezzo miglio su per l'erta, in luoghi ove non era traccia di sentiero, si fermarono, e bendaron gli occhi ad ambedue.
La paura avea fatto trovar la voce al podestà, che si raccomandava piangendo come un bambino; e gli assassini se ne divertivano e lo lasciavano fare.
Ma Don Michele, che a quella pausa pensò al peggio, disse fra denti: Perdio ci siamo! Volle provare d'entrar in trattative per uscir loro dalle mani; ma alla prima parola gli fu chiusa la bocca con un pugno che gli cacciò due denti in gola. Non potendo nè vedere, nè parlare, stava ad orecchie tese. Sentì i ladri che trattavan fra loro di dividere il denaro ed i prigioni: gli udì parlar di taglia, e speculare qual de' due paresse poterne pagare una maggiore. Fra varie voci che parlavano diversi dialetti, tutti però italiani, ne avvertì una che avea pronunzia forestiera e piuttosto tedesca; ma nel meglio delle sue osservazioni si sentì prendere da molte braccia, e caricar sulle spalle di due uomini che s'allontanarono dalla comitiva, senza che potesse indovinare che direzione prendevano.
Il viaggio durò più d'un'ora, frammezzato da pause, duranti le quali il portato era non molto gentilmente deposto in terra, ed i portatori si riposavano. A Don Michele intanto fra il terrore, naturale anche ad un uomo valoroso, di morire scannato come un cane da que' ribaldi, i legami che lo stringevano, e l'angoscia di star sulle spalle altrui posato sugli acuti canti d'un'armatura, cominciava ad increscer fieramente questo giuoco.