Don Michele depose in terra un fardelletto che aveva portato. Ne trasse il libro degli scongiuri, si pose una stola nera impressa di segni cabalistici, e cominciò colla verga a disegnare un circolo con mille cerimonie: vi fece la porta, e disse al podestà che entrasse per quella col piede manco innanzi, e, datogli in mano il pentaculo, cominciò a mormorare parole latine, greche, ebraiche, ora chiamando a nome centinaja di demonj in virtù di Dio eterno, ora alzando, ora abbassando la voce, e facendo pause, durante le quali il rimbombo si prolungava sotto quella volta; qualche pipistrello passava sventolando presso il viso del podestà che rannicchiato e tremante pareva il freddo istesso: temeva ogni momento veder uscir da quelle sepolture gli originali degli scheletri dipinti sulla facciata, e badava a pregar Dio, e supplicarlo che per sua misericordia volesse render vani gli scongiuri del suo terribile compagno.
Mentre in ginocchio si raccomandava a questo modo, sentì battersi in sulla spalla; alzò gli occhi, e vide l'angolo sotto il campanile pieno d'una luce livida, ed una forma umana, coperta del lungo lenzuolo, che suol involgere i cadaveri, sorgere lenta lenta da una buca.
Lo spettro rimase immobile, e non diremo come rimanesse il podestà. Don Michele gli si chinò all'orecchio, e gli disse:
—Su, coraggio, ora è tempo mostrarvi di saldo animo: presto, via, domandate ciò che volete.—Tutto era inutile; il podestà non poteva nè muoversi, nè rispondere, nè rifiatare.
Perchè Don Michele parlò all'apparizione alcune parole in lingua ignota, alle quali per sola risposta quella alzò lentamente un braccio indicando una sepoltura che avea la pietra già smossa.
—Avete inteso? dice che cavando costì troveremo tanti fiorini che saremo contenti.—
Ma l'altro parea che non sentisse. Vedendo che non v'era da sperare di farlo movere, Don Michele si condusse alla sepoltura, e facilmente vi si calò. Poco stante, riuscì fuori con un vaso di ferro mezzo coperto di terra, e venuto dove il podestà era rimasto senza poter muovere un dito, versò innanzi a lui una buona quantità di monete d'oro, o almeno parean tali, che caddero in terra senza potere colla loro vista esser da tanto di rimetter il fiato in corpo a quello che s'era posto in tanto travaglio per ottenerle.
L'ultima moneta non era appena caduta sul mucchio dell'altre, quando, spalancarsi con fracasso la porta, saltar in chiesa quindici o venti ceffi di ribaldi armati di picche e partigiane, essere addosso ai due appuntando loro l'arme al petto ed alla gola fu tutt'una cosa.
Don Michele ebbe appena tempo di gettar la mano sull'elsa, ma sentendo quattro o cinque punte che gli scucivano la cappa e qualcuna un poco lo pungeva, gli convenne star fermo senza far un sol atto, chè altrimenti era morto.
Nel podestà era già prima tanto spavento, che questo nuovo accidente non poteva produrre in lui nessun effetto visibile. Rimase come si trovava con gli occhi stravolti, il capo ficcato nelle spalle, congiunte le mani con moto involontario stringendo insieme certe sue dita secche e scarne, con tanta forza, che le unghie gli entravano nella pelle, e disse con voce soffocata:—Non m'ammazzate, sono in peccato mortale!—[7]