A La Motta poco piacque una tale disfida, e si morse la lingua d'averla provocata; non già per viltà, che era uomo dabbene ed ardito, ma essendo quella la prima volta che gli accadeva di combattere una tal bestia, non sapeva troppo in qual modo governarsi. Pure non si poteva a meno; in presenza di chi era, conveniva saltar il fosso. Rispose audacemente:

—Per un cavaliere francese non sarebbe vergogna certo rifiutar di provarsi con un toro, ma non sarà mai detto che Gui de La Motta abbia ricusato di far un colpo di spada, sia qual si voglia la causa. Alla prova. S'alzò borbottando fra denti con istizza, Chien d'Espagnol, si je pouvais te tenir sur dix pieds de bon terrain, au lieu de ta bête!... Aveva diligentemente osservato e benissimo appreso il modo onde a Garcia con tanta fortuna era venuto fatto il bel colpo; giovane, uomo d'arme, e Francese, poteva diffidar di sè stesso?

A questa sfida, d'un genere così nuovo, si era alzata con rumore tutta la gioventù; nel balcone di Consalvo si notò la mossa ed il bisbiglio, e presto se ne conobbe la cagione, che in pochi momenti fu sparsa in tutto l'anfiteatro, ed accolta dalla moltitudine con favore ed allegrezza: è vero bensì che la nuova passando da bocca in bocca avea sofferto strane trasformazioni, tanto più curiose quanto più nascevano fra individui delle ultime classi del popolo. Il punto ov'era Zoraide, essendo di tutto l'anfiteatro il più lontano dal balcone di Consalvo, fu quello ove appunto giunse questa novella maggiormente sfigurata pei due lati nell'istesso tempo. I più lontani cercando sempre di sapere dai più vicini, succedeva un ondeggiare di teste, un volgersi di visi che lasciava al solo aspetto conoscere i progressi che la nuova andava facendo per le gradinate fra gli spettatori. Gennaro da un pezzo era in piedi, allungando il collo ed aspettando con impazienza il momento di saper qualche cosa; esso, Zoraide ed i loro vicini avean visto il trambusto nel palco de' cavalieri e dei capi, poi i primi uscire e spargersi per l'arena; la festa pareva interrotta: non vedevan comparire altro toro; e gli uni agli altri si domandavano che cos'è stato? che cosa è accaduto? sempre senza ottener risposta: alla fine da un lato v'è chi comincia a dire: Si vuol combattere la sfida fra Italiani e Francesi, ora in questo steccato. Oh giusto! dice un altro, non vedi che Fieramosca è là seduto inchiodato nel palco; ed a veder come parla con quella giovane, pare che pensi a tutt'altro che a battaglia. Zoraide l'udì, e diede un sospiro. Si volse un terzo dall'altra parte: Dicono che il capitano francese ha sfidato Consalvo, e chi di loro ammazza il toro bandito ch'è venuto da Quarato, avrà vinta la guerra, e sarà signore del reame. Intanto molti uomini, che si davan da fare intorno al rimessino, pareva si preparassero a far uscir fuori un altro toro. Si vedeva da un canto Diego Garcia col suo spadone sulla spalla attorniato da molti che mostravan parlargli tutti insieme e con gran prestezza, come se lo volessero persuadere di qualche cosa; ma sulla sua fronte animosa che appariva al di sopra di tutte l'altre si leggeva anche da lontano l'irremovibil proposito di compiere quanto aveva promesso, quantunque il rischio fosse grandissimo. Poco più lungi La Motta aveva intorno i suoi Francesi che lo confortavano a non vituperarli.

Intanto uno fra gli spettatori che sedevano ai gradi più bassi, e si trovava aver finito allora un discorso con Veleno che gli era accosto, disse volgendosi a Gennaro:—Dice quest'uom dabbene che que' signori laggiù voglion fare a chi vuota un boccal di greco tutto d'un fiato in faccia al toro.—Molti risero a questa sciocchezza, ma le risa si quietaron tosto quando si vide che i sergenti guidati da Fanfulla faceano sgombrar la piazza, nella quale rimase solo ed immobile, e sempre col suo gran spadone in ispalla, il gigante spagnuolo.

Per questo secondo assalto, conoscendo quanto fosse difficile uscirne ad onore, e che malgrado l'erculee sue forze, tagliar un collo di toro rivestito di maglia di ferro era un'impresa almeno molto temeraria, s'era provvisto d'un altro spadone più grave assai del primo, e che usava soltanto quando doveva assaltare o difender trincee: era corso a casa, e fattogli rifare il filo piuttosto tondo, s'era ristorato in fretta, divorando ciò che gli era venuto alle mani, e bevendovi su un buon fiasco di vin di Spagna. Per questi apparecchi aveva avuto tempo di avanzo; chè non ce ne volle poco, nè pochi sforzi per fasciare il collo d'un toro con un giaco di maglia, che, aperto davanti, ed infilzate le maniche alle corna, rimase adattato e fermato sotto il collo, cadendogli sulla fronte il collarino. Chi ha visto ai nostri tempi cacce di questi animali sa che si può, qualora sieno ristretti in luogo oscuro, per virtù di buoni canapi che si gettano loro alle corna, tenerli fermi, e farne ciò che si vuole.

Al suono delle trombe e di tutti gli stromenti si fece avanti un re d'armi vestito d'una casacca gialla e rossa, nella quale sul petto e sulla schiena si vedeva l'arme di Spagna: accennando col suo bastone fece far silenzio e disse ad alta voce:

—Per parte del re cattolico, Ferdinando re di Castiglia, Leone, del regno di Granata, Indie occidentali, ec. ec. Don Gonzalo Hernandez, de Cordova marchese d'Almenares, commendatore, cavaliere dell'ordine di San Jago, capitano, governatore per S. M. cattolica del regno di qua del Faro, proibisce a tutti qui presenti, sotto pena di due tratti di fune, ed anche maggiore a suo beneplacito, di turbare con voci, gridi, cenni ed in alcun altro modo il combattimento che sta per farsi con tra il toro armato, dall'illustrissimo e magnifico cavaliere Don Diego Manrique de Lara conte di Paredes.—

Tutte le trombe risposero; e gli spettatori di ogni classe, quali per cortesia conoscendo che da un passo più o meno fatto fare al toro poteva dipendere la vita dell'intrepido Spagnuolo, quali per timor della corda, tutti rimasero immobili ed in così alto silenzio che, all'aprirsi del rimessino, il cigolar del chiavistello fu il solo strepito che s'udisse in mezzo a tanta turba da un capo all'altro dell'anfiteatro. Uscì il toro, ma non colla furia degli altri; era di minor mole, corto, traverso, e tutto nero; ma più selvaggio d'assai: si fermò anch'esso a dieci passi da Don Garcia, e cominciò a guardarlo, sferzarsi colla coda, e gettar in aria l'arena. Il suo avversarjo colla spada in alto era tutto occhi, e ben sapeva che un primo colpo fallito poteva riuscirgli fatale. Si mosse alfin la bestia, adagio i primi passi, poi ad un tratto, dando un muglio, si gettò col capo basso addosso a Garcia. Egli credendosi spiccarle il capo come all'altra, si lancia da un lato e cala il colpo con grandissima forza; ma sia che la spada non cadesse a filo, o che il toro facesse un contrattempo, rimbalzò sulla maglia di ferro, ed il toro gli si rivoltò addosso con tanta furia che, per tenerselo discosto, lo Spagnuolo ebbe appena tempo d'appuntargli la spada alla fronte ov'era difesa dal collarino di maglia. Qui si mostrò tutta la forza di Paredes. Piantato colle gambe aperte una innanzi l'altra, lo spadone tenuto a due mani col pomo al petto e la punta fissa nella fronte del toro, fu potente d'arrestarlo; la lama grossa e forte resse alla prova; ed era tale lo sforzo di Diego Garcia che si vedevano i suoi muscoli, nelle gambe e nelle cosce specialmente, gonfiarsi e tremar non meno che le vene del collo e della fronte; la tinta del suo viso divenne rossa, poi quasi pavonazza; e si morse talmente il labbro inferiore che si tinse il mento di sangue.

Il toro vedendo che gli si chiudeva quella strada all'assalto, s'arretrò, e, preso del campo, gli si lanciò di nuovo addosso con maggior furia. Garcia si sentiva saltar la febbre per vergogna d'aver fallato; in un momento in cui volse rocchio ai palchi vide, come un baleno, il volto di La Motta composto ad un riso di scherno; e questa vista gli mise addosso un furore tanto smisurato, e tanto gli crebbe le forze, che, alzata la spada quanto potè, la rovesciò sul collo del toro con tal rovina che l'avrebbe tagliato se fosse stato di bronzo. Il colpo in quel disordine non cadde dritto. Tagliò prima un corno netto come un giunco, poi il giaco e le vertebre, e si fermò alla pelle della giogaja, per la quale il capo rimase ancora attaccato al busto che si rovesciò nella polvere.

A questa incredibil prova s'alzò un grido universale di lode tanto romoroso ed istantaneo che parve uno scoppio di tuono. Paredes si lasciò cader lo spadone ai piedi, rimase ansante per pochi momenti, ed il vermiglio del volto si cangiò in un pallore che però non fu lungo. Tosto l'attorniarono i suoi con festa. Chi ammirava lui, chi guardava lo spadone, chi l'ampia ferita, e la nettezza del taglio, ed intanto gli stromenti facean sentire suoni di vittoria.