Queste parole, che univano l'idea della virtù e dell'onestà coi nomi della Vannozza e di Lucrezia Borgia, mossero alquanto a riso il Valentino, che ne sapea qualche cosa. Ma fu un riso sinistro, che a Ginevra accrebbe la paura; pure seguitò la sua preghiera mutandosele a poco a poco pel pianto la voce mentre parlava, onde poi a stento fra la piena de' singhiozzi furon udite l'ultime parole:—Io sono una meschina femminuccia: qual bene, qual gloria può trovare un potente signore qual siete voi a vendicarsi di me?.... Chi sa che non venga un momento in cui la memoria d'avermi usata mercede non vi sia balsamo al cuore?—Voler dir l'ansia, l'angoscia, la disperazione dell'infelicissima Ginevra nel vedersi a questo terribil passo, voler descrivere le sue lagrime, le preghiere, ed in ultimo le furibonde grida, e le dementi imprecazioni, sarebbe impossibile, ed offriremmo ai nostri lettori un quadro troppo straziante. Diremo soltanto che la sua sorte era fissata ed irrevocabile.

Don Michele intanto che tornava co' suoi compagni malcontento e colle mani vuote, tremando dello sdegno del suo signore, giunse a piè del castello, e vedendo fermi alla porta del duca i due battelli di Ginevra e del messo, si mise in sospetto: sceso a terra s'accostò all'uscio, e sentendo rumore di dentro, dubitò di qualche sinistro accidente: spinse la porta, la trovò chiusa, e non si sarebbe rassicurato se la voce di Cesare Borgia, che gli gridò «aspetta», non gli avesse mostrato ch'ei non correva alcun pericolo. Mise l'orecchio al fesso dell'uscio non potendo immaginare qual fosse la cagione per la quale non gli veniva aperto.

Dopo alcuni minuti duranti i quali regnò il più alto silenzio, e si sentiva soltanto su in alto rimbombar l'aria di suoni e di grida lontane, e il gorgoglìo dell'onda alla riva che faceva leggermente percuotere i battelli l'un contra l'altro, Don Michele, che origliava tutto attento, udì ad un tratto la voce del duca che disse con un scroscio di risa:

—Or va, prega Dio e i Santi....—e il rumore de' suoi passi che s'accostava alla porta, onde egli se ne ritrasse al punto che il duca, voltata la chiave, uscì fuori.

Don Michele volle cominciare a scusarsi, ma venne interrotto.—Mi dirai ciò un'altra volta; di questo fatto per ora ne so più di te assai.—Queste parole avrebbero potuto far credere a Don Michele che il suo padrone fosse sdegnato seco, se non avesse conosciuto nel suono della voce e nel viso, che v'era un nodo nel quale egli non aveva che fare.

Il Valentino volto agli uomini venuti con Don Michele disse:—Presto, voi tutti in barca, ed aspettatemi sotto Sant'Orsola:—ed a questi—e tu vien con me.—Coloro dieder de' remi e furon presto fuor di vista. Don Michele e 'l duca entrarono nelle sue stanze, e tosto uscirono portando Ginevra che riposero nel battello ov'era stata trovata. Don Michele scorse sulle sue vesti dal lato sinistro alcune tracce di sangue.

Ciò fatto venne chiamato dalla camera in fondo il messo; entraron nella sua barca tutti tre senza profferir parola, e, raggiunta che ebbero quella avviatasi innanzi, vi si trasferirono.

Sedè il duca a poppa, e Don Michele in piedi avanti a lui: quantunque ora sapesse perchè il suo signore non si curava che il colpo non avesse avuto il suo effetto, volle però narrargli per quali cagioni fosser tornati colle mani vuote, e gli venne raccontato tutto a filo il modo che avevan tenuto, e come assaliti da molti uomini s'eran difesi a stento ed era loro stata ritolta la donna.

—Ad uno però di costoro è andata male—soggiungeva accennando dietro di sè verso Pietraccio, il quale, come vedemmo, colto sul capo con un remo, e caduto stordito nella barca v'era rimasto prigione. A quell'ora risentitosi stava seduto a due braccia dal duca; e gli uomini suoi credendolo più morto che vivo, nell'impossibilità del resto di fuggir loro dalle mani, lo lasciavano stare.

—Questo mascalzone—seguitava Don Michele—c'è saltato in barca come una furia, ma qui il Rosso gli ha appoggiata una nespola sull'orecchio, che l'ha messo a giacere: lo credevo morto, ma vedo che va riprendendo spirito.—