Finalmente un sospiro profondo uscì dal petto della giovane, e fece alzare i veli che lo coprivano. Aprì un momento gli occhi, e tosto li richiuse. Gli aprì la seconda, la terza volta, poi cominciò a fissarli nel volto che si vedeva star sopra immobile e sconosciuto: ma lo vedeva materialmente soltanto, senza che la mente ricevesse nessuna idea da quella vista: pure i suoi occhi non potendo reggere all'immagine di quel viso sfigurato, si volsero altrove, lentamente, con un moto così languido, che avrebbero messo compassione in ogni altro. Nel tornarle a poco a poco il senso, la prima memoria che la percosse fu quella di Fieramosca sulla loggia ai piedi di Donna Elvira.

—Oh Ettore!—disse articolando appena le sillabe:—Dunque era vero, e son tradita da te!....—e portando sugli occhi e sulla fronte le palme delle mani, stette così alcuni momenti. Al Valentino, udito quel nome, si contrassero leggermente le labbra con un sorriso rabbioso.

Ginevra si ricordò allora soltanto che doveva esser nel suo battello, ed alzandosi sul gomito per tentar di rizzarsi, sentì il morbido del letto: aprì gli occhi spaventata, vide il duca, e gettò un grido che la mano di lui le troncò nelle fauci, afferrandola alla gola, e respingendola a giacere.

—Non gridare Ginevra,—le disse il Valentino—sprecheresti il fiato; ho caro assai che mi sia venuta a trovare, e ti ristorerò del disagio di un viaggio a quest'ora..... Tu però non cercavi di me. Non è egli vero? Che vuoi? tutte le palle non riescon tonde.—

La povera Ginevra ascoltava queste parole con un tremito che le toglieva la forza; da molto tempo non avendo veduto il duca non lo riconosceva, e soltanto provava orrore alla sua vista trovando pure in sè una confusa reminiscenza di quella fisonomia. Conoscendo di non poter far difesa, disse soltanto:—Signore!.... chi siete?.... abbiate pietà di me... che cosa volete?.... lasciatemi....—Ed il duca:

—Ti ricordi, Ginevra, in Roma, in qual modo ti governasti, son già molt'anni, con un tale che t'amava allora quanto gli occhi suoi, e t'avrebbe fatto tali doni e tali carezze da farti maravigliare? Ti ricordi che usasti seco modi che sarebbero stati sconci ad un ragazzo di stalla? Ti ricordi che ti ridesti del suo amore, che tenesti a vile le sue proferte, che ti vestisti seco d'una superbia che sarebbe stata troppa ad una regina? Ebbene, sai chi era quel tale? Quel tale son io. E sai chi son io? Cesare Borgia.—

Questo nome cadde come una massa di piombo sul cuor di Ginevra a soffocarvi ogni speranza: stava perciò senza rispondere, guardando il duca tutta tremante, come avrebbe guardato un tigre che la tenesse fra gli artigli, e che non le sarebbe neppur venuto in capo di voler intenerire colle parole.

—Ora che sai chi io mi sia—seguì a dire il duca—pensa se dovresti aspettar da me compassione; pure potrei piegarmi a non far su di te la vendetta che dovrei e potrei. Ma ad un patto, Ginevra, che facci senno: e ti so dire che n'hai mestieri.—

Queste meno aspre parole non potettero non ridestare nel petto della donna una favilla di speranza, e colle mani giunte, procurando di non mostrare nel guardarlo il ribrezzo che ne sentiva, si pose a pregarlo come si prega la Croce, che non volesse opprimere una femminella già troppo misera ed infelice.

—Io vi prego, signore, per le piaghe di Gesù, per quel giorno in cui ancora voi, benchè tanto potente in terra, vi troverete anima ignuda al cospetto del Giudice eterno..... Se aveste mai donna che vi fosse cara, dite, se si trovasse in mano altrui, e domandasse invano misericordia, se vostra madre, se vostra sorella fosser poste al passo in che mi trovo io, e pregassero, e pregassero invano, gridereste vendetta al Cielo, non è egli vero, contra chi avesse loro fatto oltraggio?—