Al duca di Romagna, come si può immaginare nel leggere la lettera di suo padre, vennero in mente riflessioni molto diverse da queste. Volgendo alternativamente lo sguardo allo scritto ed alla palla d'oro che si faceva girar fra le dita, componeva il volto ad un sorriso nel quale appariva disprezzo per un verso (poichè non credeva nè in Dio nè in Santi), per l'altro una credulità timida e sospettosa, poichè avea fede nell'astrologia: tanto è vero che l'intelletto ha bisogno di veder un principio al di là del mondo corporeo. Se anche non avesse disposto di partir la stessa notte per Romagna, le cose contenute in quella lettera ve l'avrebbero indotto. Una trama che doveva saziar la sua ambizione e tanto impinguare i suoi forzieri era ben altra cosa che un vano impegno di femmine. Pensò che non poteva molto tardare a tornar Don Michele co' suoi; messosi perciò in seno la palla d'oro coll'atto non curante di chi dice, «sarà quel che sarà», si diede a metter insieme le carte ed altre cose che dovea portar seco.

In pochi minuti tutto fu all'ordine. Ritornò a sedere come prima; e per non saper che fare, si cavò di seno quella palla, cominciò a guardarla e riguardarla, e farsela cadere da una mano nell'altra pensando a ciò che conteneva, e a chi gliel'avea mandata; e poi via via da un'idea in un'altra, alla Religione di cui questi era capo, agli articoli di fede ch'esso pure avea creduti un tempo, al suo splendido stato, frutto della soggezione dei popoli all'autorità pontificia; e dopo avere schernita in cuore la credulità di tanti, e pensato «Io, a buon conto, me la godo alla barba di tutti», udiva una voce che uscendo cheta cheta di sotto quest'edificio di superbia, di violenza e d'irreligione, diceva «E se fosse vero?»

Il duca non volendo prestarle fede, nè potendo farla tacere, s'alzò con istizza, passeggiò per la camera, e fece alla meglio che potè per distarsi. Tutto inutile. Quel se fosse vero l'incalzava, infestandolo e togliendogli, se ardissi dirlo, il sapore degli onori, del potere, di tutti i beni che possedeva. Si buttò sul letto, cacciando il volto con rabbia fra i guanciali; e, dandosi del pazzo, riuscì poco a poco a calmarsi. Gli si fecer gravi le palpebre, le chiuse, s'addormentò.

Ma nel sonno il corso delle sue idee rimanendo nella medesima direzione, gli parve esser in Roma sulla strada che da castello va a San Pietro. Il cielo, la terra erano sconvolti; tutto diverso, tutto pieno di tenebre e d'urli. Egli si spingeva per correr in San Pietro, e non poteva, ed ansava affannato: gli parve d'esser tenuto, guardò intorno: erano tutti coloro che aveva traditi, assassinati, avvelenati, e l'avean pe' capelli e per le carni, con un gridar lungo e disperato.

Dopo, senza saper come, era in San Pietro, in un caos inenarrabile, bujo, pieno di pianti, fra lo scuotersi delle mura, l'aprirsi delle tombe, il vagar delle larve; ed egli, sempre straziato dalle sue vittime che gridavan «Giustizia di Dio!» pensava: questa è dunque il Giudizio che non volevo credere!

E tirava alla disperata per andar innanzi, e cercar rifugio pressa al papa che vedeva in fondo sul suo trono fra una luce pallida e fioca. Ma l'impedivano di qua il fratello, duca di Candia, colle ferite aperte, che invece di sangue gemevano una linfa corrotta, e colla forma turpe e gonfia d'un cadavere imputridito sott'acqua, di là il duca di Biselli, e Astorre Manfredi, e donne, e fanciulli, che tutti piangendo stendevano le braccia al papa gridando, giustizia e vendetta! Il papa era chiuso in un gran piviale nero col triregno in capo. Il viso grasso, vizzo, cascante d'Alessandro VI era giallo come quello di un cadavere; e mentre la sua figura si venne alzando lenta lenta, come rizzandosi in piedi, le grida e i pianti furono coperti da uno scroscio di risa infernali uscito dalla bocca di un demonio accovacciato colle ginocchia al mento con queste parole: «Cristo, la fede, i papi... tutte imposture» e questa ultima parola suonò sotto la volta della chiesa come un lungo ululato.

Il duca n'avea ancor pieni gli orecchi, e già era cogli occhi aperti, seduto sul letto, e svegliato del tutto.

Rimase un momento sbigottito, ma questo sogno rese però in lui più ferma la scellerata opinione che poteva commetter qualunque delitto senza timor del castigo in un'altra vita.

Mentre si rinfrancava con questo pensiero (eran sonate le tre ore da pochi minuti), il ronzìo del parlare di tante persone, i suoni, le grida d'allegrezza che scendevano dal piano superiore della rocca giugnevan deboli per la grossezza delle volte in quel piano terreno, allorchè quello stesso grido, che avea interrotto il colloquio di Donna Elvira e Fanfulla, fu udito dal duca molto più vicino, e quasi venisse di dietro all'uscio suo, il quale metteva s'un poco di rena secca che si trovava tra il mare e i fondamenti del castello. Uscì a vedere chi l'aveva mandato, e non vide che un battello vuoto la cui prora solcando la sabbia s'era fermata a riva: guardò su alla loggia ed alle finestre, e non vide alcuno: stava per rientrare nella sua camera, pure fece alcuni passi avvicinandosi al battello, ed allungando il collo sopra gli orli vi trovò nel fondo distesa una donna che col capo all'ingiù fra le due mani tratto tratto si lamentava. Dopo un primo movimento di sorpresa, subito si risolse; ed entrato nel battello, postole un braccio sotto le ascelle, e coll'altro alzandola alle ginocchia la levò di peso, e tramortita come era, la portò dentro e la depose sul letto. Ma qual fu la sua maraviglia quando, accostatole il lume per vederla in viso, conobbe Ginevra! Gli era troppo rimasto impresso quel volto per poter negar fede ai suoi occhi; ma come indovinare per quale strano accidente gli venisse ora in mano così sola, ed a quel che pareva avendo ingannate le insidie di Don Michele?

Di qui innanzi, diceva fra sè stesso, voglio credere almeno vi sia il diavolo. Altri che un diavolo amico non potea servirmi tanto a piacer mio. E posato il lume s'una piccola tavola accanto al capezzale, seduto sulla sponda del letto, studiava i moti del viso di Ginevra per cogliere il momento in cui si fosse risentita; il piacere di potersi goder finalmente una vendetta lunga, dolorosa gli accendeva gli occhi d'una fiamma scorrente a guisa di scintilla elettrica fra ciglio e ciglio, e le macchie che gli deturpavan il volto, parea ribollissero tingendosi d'un colore quasi sanguigno. Certo la faccia d'un uomo, mettendo insieme la deformità fisica con quella che induce nei lineamenti l'espressione del delitto, non s'era mostrata mai sotto un aspetto più orrendo. Da un lato Ginevra pallida, immobile, col dolore scolpito in viso, con una mossa tutta abbandonata e languente; dall'altro il Valentino, quale l'abbiamo descritto, formavano un quadro troppo doloroso. Stettero ambedue in questa situazione immobili lungo tempo: potè dirsi felice Ginevra finchè i suoi sensi smarriti, le palpebre abbassate le tolsero la conoscenza del luogo ove si trovava, e la vista di quello che oramai era assoluto padrone di lei; ma durò poco questa fortuna, e da qualche moto leggiero s'avvide Cesare Borgia che la sua vittima stava per aprir gli occhi. In quel luogo, ed a quest'ora era certissimo che nessuno poteva impedirlo: il gridare sotto quelle volte, mentre la festa era nel maggior calore, non sarebbe stato udito. Trovandosi dunque sicurissimo, propose in cuor suo, poichè gli avanzava il tempo, di goder senza fretta d'una fortuna tanto seconda.