—Stanotte mi leverò di qui: va nell'ultima di queste camere, chiudiviti; e per cosa che ascolti, non venir se non ti chiamo.—
L'uomo uscì per la porta in faccia a quella dalla quale era entrato, e Cesare Borgia trattosi d'accanto un pugnaletto che radeva, tagliò i cordoni di seta vermiglia che coi sigilli apostolici legavano una lettera in carta pecora che gli scriveva papa Alessandro. Nell'aprirla uscì dell'interno rotolando sulla tavola un globetto d'oro; alla vista del quale il duca balzò in piedi con sospetto; e guardando più attentamente i sigilli e lo scritto, si veniva rassicurando e si riponeva a sedere.
Nè si voglia attribuire questo suo sbigottimento a timor panico: erano tanti i modi in quel secolo d'apprestar veleni, e persine di mandarli chiusi in lettere in forma che all'aprirle facessero immediatamente il loro effetto, che era perdonabile il duca se la vista d'un oggetto che non aspettava l'aveva colpito: e se v'era al mondo uomo che dovesse alla prima pensar al peggio, era esso sicuramente.
La lettera era scritta in una cifra della quale nessuno aveva la chiave fuorchè egli ed il papa; per la pratica fatta la lesse correntemente, e la sua sostanza era questa:
Il pontefice essere stato tentato dall'oratore del Cristianissimo onde fermasse con questo i patti d'una lega contra il re cattolico per ispogliarlo del reame: offrendo nell'istesso tempo d'unir le sue forze a quelle della Chiesa per l'impresa di Siena e degli Stati del Co. Giordano. Non aver però il papa creduto bene di scendere a questi accordi prima di sapere a che termini fosse la pratica attaccata dal Valentino con Consalvo.
Avere dalla madre e dall'amica del cardinale Orsino avuta una somma in denaro ed una perla di mirabil bellezza, trafugate entrambe dal palazzo di monte Giordano, quando era andato a sacco per ordine del papa dopo la morte del duca di Gravina, Vitellozzo e Liverotto da Fermo.
Volere che il duca tenesse le genti in pronto, onde alla morte del cardinale sopraddetto potesse andare a campo a Bracciano, ove gli Orsini e i loro consorti s'erano rannodati.
Per supplire poi alle spese che domandava l'esecuzione di tali disegni, avere stabilito il pontefice di dar il cappello a Gio. Castellar arcivescovo di Trani, a Franc. Remolino oratore del re d'Aragona, a Francesco Soderini di Volterra, a monsignor di Corneto segretario de' Brevi, e ad altri ricchi prelati, aspettando che il figlio tornasse a Roma per decidere quanto venisse bene di fare, onde impadronirsi de' loro tesori.
In ultimo diceva essere stato ammonito che in quell'anno studiasse guardarsi da un grave pericolo, e consigliato portasse indosso, a sua salvaguardia, un globetto d'oro con entrovi un oggetto di somma venerazione, simile a quello che si mandava al duca al medesimo effetto.[11]
Quantunque i fatti accennati in questa lettera orribile, sieno pur troppo veri, e che il tradimento ordito contra il cardinale di Corneto specialmente, tornando in capo al papa, come ognun sa, sia stato cagione della sua morte, siamo stati in dubbio se dovessimo svelare tanto vituperio ai nostri lettori. Ma se Iddio, per fini impenetrabili, ha permesso che alcuno dei primi custodi delle cose più sante ne abusasse sì bruttamente, forse nocerebbe voler nasconder le sue iniquità, e ne riporteremmo taccia di parziali, e di cercar il trionfo della parte e non della verità, cui per reggersi non fa mestieri l'ajuto della doppiezza. I falli di papa Borgia, e di altri ministri della Chiesa saranno pesati sulle bilance incorruttibili dell'ira di Dio, e non è dato all'uomo antivederne i giudizi: ma dalle ceneri di quei pontefici, non meno che dalle tombe de' martiri, sorge una verità che ci mostra, non sull'oro, non sulle spade, nè sulle arti cortigianesche, ma sulle virtù evangeliche alzarsi e star gloriosa la croce di Cristo.