Mentre con queste immaginazioni s'agitava la mente, il veleno pur troppo innestatogli dal pugnale di Don Michele faceva progressi serpendogli per le vene che si diramano sulla superficie del cranio, e a gradi a gradi si sentiva intorbidare la vista ed il lume dell'intelletto, con uno stiramento alle tempie pel quale gli pareva veder tutti gli oggetti prima traballare, poi dar volte sempre più rapide, sparse di punti lucidi che l'abbagliavano. Zoraide gli stava ritta accanto guardandolo tutta sgomentata e tremante, ed Ettore le teneva in viso gli occhi aperti e fissi. E con quella vacillazione di sensi, al debol chiarore del lumicino che andava morendo, vedeva progressivamente scomporsi le fattezze della giovane e i suoi lineamenti mutarsi in quelli di La Motta: questa larva stirando gli angoli della bocca formava un riso amaro e spaventevole; andava ingrossando e dilatando le labbra, e n'usciva la forma di Grajano d'Asti, che da piccolo a poco a poco cresceva, e spalancate anch'esso le fauci in egual modo, produceva la pallida sembianza del Valentino: così queste forme nascendo l'une dall'altre presentarono come una fantasmagoria di quei personaggi che dovevano a quell'ora star più spiccatamente dipinti nella mente dell'infermo. Fra l'altre venne anche l'immagine di Ginevra alla quale, chiamandola a nome con parole caldissime d'amore, diceva: Lasciarmi morir così! io che t'amai tanto! levami di questo pozzo..... toglimi queste tarantole che mi strisciano sul viso.... Ed altre tali vane parole. Al fine delle quali, tutte le figure che credeva scorgere, si vennero confondendo insieme, formarono dapprima una tinta unita, rossa e tremola come un lampeggiar prolungato, che poi oscurandosi e perdendosi gradatamente si estinse del tutto, quando le facoltà morali e corporee del giovane furono interamente sospese.


[CAPITOLO DECIMOSESTO.
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Per condurre di pari il racconto de' molti accidenti che accaddero separatamente in quella sera ai varj attori di questa storia, ci è convenuto lasciar il lettore sospeso sul conto di ciascuno; e quantunque sia questo il costume di molti narratori, non crediamo che riesca gradito quando il libro che si ha fra le mani è da tanto d'inspirar il desiderio di conoscere il fine. Non ci scuseremo presso il lettore d'aver seguìto un tal metodo, che del resto era indispensabile nel caso nostro: questa scusa sarebbe un atto di vanità che potrebbe far ridere alle nostre spalle; e la modestia, che in alcuni è una virtù, in molti è un tornaconto.

Comunque stia la cosa, dobbiamo abbandonar per poco anche Fieramosca; tornar alla rocca e trovar il Valenza che vi lasciammo nelle camerette basse guardanti la marina.

Il primo de' due fini pei quali s'era condotto all'esercito spagnuolo, malgrado la sua astuzia, gli era andato fallito; nè avea potuto infondere a Consalvo bastante fiducia per indurlo a far lega con esso lui, od almeno a spalleggiarlo. Lo Spagnuolo, serbandogli fede quanto al tenerlo celato, avea declinate le sue domande, accogliendolo poi del resto con quell'onore che, se non si doveva alle sue qualità, si credeva dovuto al suo grado. Nei sette o otto giorni che scorsero fra l'attaccarsi e lo sciogliersi di questa pratica, stette così quasi sempre chiuso nelle sue camere per non dar indizio di sè; e se qualche rara volta uscì a prender aria, fu di notte e colla maschera al viso, come in quel secolo s'usava fra gli uomini d'alto stato, e spesso per ajutare col segreto le poco lodevoli operazioni. Ma, come dicemmo, alle mire politiche s'univano macchinazioni contro quella che era stata ardita abbastanza per mostrargli sprezzo; e queste macchinazioni, mediante la destrezza di Don Michele, e secondo le sue promesse, dovevano in quella sera avere il loro effetto. Parrà forse difficile ad alcuno il concepire come quest'insigne ribaldo, rotto ad ogni sfrenatezza, potesse tanto stimare il possesso di una femmina, e seguirne con tanto studio la traccia. Ed in fatto sarebbe errore l'ammettere che l'amore, anche nel senso più abbietto, guidasse i desiderj del Valentino. Ma Ginevra aveva resistito, resistito mostrando sprezzo ed orrore per lui; viveva, a creder suo, felice con un altro; gli pareva rimanere al di sotto e schernito: e chi nell'universo doveva potersi vantare d'aver fatto stare Cesare Borgia?

Di quante donne aveva incontrate che avesser pregio di bellezza, tutte aveva lasciato o colpevoli od infelici; e ve n'era pur fra queste delle virtuose e dabbene, e di tali che strette per sangue ad uomini potenti dovevan tenersi sicure. Si poteva ora sopportare che una femminella poco nota e meno curata si facesse beffe a tal segno di lui che faceva tremare Italia da un capo all'altro?

A quest'ora però il Valentino si trovava presso a poter far le sue vendette, e diceva fra sè: il disagio d'essere stato in questa segreta me l'avrai da pagar caro! E per verità il soggiornare in camerucce simili ad una prigione, avvezzo com'era al vivere splendido della corte romana, doveva parergli duro, se a quell'uomo fosser mai parse dure cento privazioni per ottenere un suo fine. I modi tuttavia d'impiegare il tempo non gli erano mancati interamente. Oltre le ore che aveva dovuto passar con Consalvo, e quelle spese ad ordir con Don Michele la traccia di loro impresa, gli pervenivano pure di giorno in giorno dalla Romagna messi che spediti di colà da' suoi più fidati gli portavan lettere, carte, avvisi sugli affari correnti; giugnevano e ripartivano la notte, verificando in ogni cosa l'asserzione di Niccolò Machiavelli che, scrivendo al Comune di Firenze poco prima di quest'epoca, diceva: Di quante corti sono al mondo, quella ove più si serba il segreto è la corte del duca. E benchè non aggiungesse chiaramente il perchè, lasciava intendere che alle lingue imprudenti veniva imposto il silenzio dell'avello.

Questa corrispondenza si manteneva per mezzo di legni leggieri che, navigando terra terra dalla Romagna, s'appiattavano fra certi scogli a piè del Gargano; di là con una barchetta a notte chiusa giungeva il messo alla rocca, e dalle loro ciurme composte d'uomini scelti aveva Don Michele tolto i compagni che alla sua impresa gli bisognavano. In questa sera, mentre il castello era pieno di romori e di suoni, stava il Valentino seduto avanti ad una tavola al lume d'una lucerna, ripassando, per ingannar l'ore, molte carte che i corrieri dei giorni innanzi gli avevan recate. Era vestito d'una cappa riunita d'avanti da una fila di piccoli bottoni, col busto e le maniche di raso nero piuttosto strette, e sovr'esse molte strisce di velluto bianco volanti, e solo riunite al braccio in quattro luoghi da' cerchi del medesimo panno: presso il collarino della cappa tre o quattro bottoni aperti lasciavan vedere un giaco di finissima maglia d'acciajo che portava sempre di sotto: abito che fu dal duca usato sovente; e chi ha visitato in Roma la galleria Borghese si ricorderà d'avervi veduto il ritratto suo per mano di Raffaello, vestito in tal guisa. Malgrado la forza della sua complessione, era travagliato di tempo in tempo da un umore acre della specie degli erpeti, che ora gli serpeggiava latente pel sangue, ora si scopriva alla cute e sulla faccia specialmente, ed allora la livida pallidezza del suo volto si cangiava in un rosso spugnoso pieno di bolle, dalle quali stillava umore, e la schifosa deformità del suo viso era tale da metter ribrezzo anche nelle persone che di continuo gli stavano vicine; nè un'anima simile alla sua poteva vestirsi d'una forma che più ne facesse il ritratto. Per la vita sedentaria menata in quei giorni tanto contra il suo solito, e per virtù della primavera s'erano sprigionati quegli umori infetti con grandissima forza, deturpandogli più che mai i lineamenti, ed inducendo in tutto il suo essere una inesplicabile ed irrequieta rabbia, conseguenza ordinaria di tali malanni.

Verso le due ore, quando nelle sale al disopra stava cominciando il ballo, la porta della camera del duca fu spinta leggermente ed aperta da un uomo vestito di calzoni rosso-oscuri stretti alla carne, d'una cappa che gli giungeva a mezza coscia, con un cappuccio nero sugli occhi, spada, pugnale, ed un involto sotto braccio. Il Valentino alzò il viso; e colui entrando, e facendo riverenza, deponeva sulla tavola l'involto, senza che da nessuno dei due venisse profferita parola: messa il duca una mano sull'involto diceva al messo: