Tutta questa storia Ettore l'ascoltava in piedi, cogli occhi fitti in Zoraide, ed alla fine delle sue parole si veniva a mano a mano mutando in viso facendosi pallido ed infossando le gote: all'ultimo dovette sedere, e facendo forza per rialzarsi, le ginocchia gli mancavano. Uno di loro intanto era andato a picchiare alla porta del chiostro, e fatto risentir Gennaro, ritornava col lume. Brancaleone ed Inigo rimaser colpiti all'aspetto di Fieramosca cambiato in pochi momenti da metter spavento, e l'attribuirono alla fatica ed all'angoscia dell'animo. Tentò la seconda volta di rizzarsi, ma le forze l'aveano abbandonato interamente, e ricadendo col capo in dietro sulla sedia disse con voce alterata:—Brancaleone! Inigo! io mi sento il maggior male ch'io avessi mai, e non sono da tanto che potessi alzar una penna, non che la spada: il tempo vola, e che cosa sarà di Ginevra? Potessi ritornar gagliardo un'ora!... e poi esser fatto in polvere.... Vi prego, carissimi compagni, non tardate un momento.... andate voi.... neppur so dirvi dove.... ma tornate a Barletta, cercate, liberate costei, trovatela in tutti i modi. Dio eterno! ch'io non possa far un passo per lei!....—e volle riprovare, ma non gli fu possibile, e di nuovo pregò più caldamente i compagni che lo lasciassero, e corressero ad ajutar la donna; ed aggiunse tante istanze che coloro, conoscendo non esser tempo da perder in consigliarsi, promettendogli di tornar presto con qualche nuova, lo lasciarono; e, messisi in mare con egual prestezza, si dirizzarono alla città.

Zoraide intanto tutta sollecita si dava da fare per soccorrere il suo liberatore con parole ed atti pieni di tenera amorevolezza, e slacciatogli l'elmo s'affannava a sfilargli il giaco di maglia: quando vi fu riuscita, nell'asciugargli la fronte e 'l collo dal sudor freddo che ne grondava, si accorse della ferita che avea toccata poco sotto il collarino della camicia.

—Ohimè! sei ferito!—gridò; e tosto con un panno tergendo il poco sangue che era uscito, e che, nascondendo la ferita, la facea parer maggiore, si racquetava vedendola così leggera e diceva:

—Oh non è nulla! è una scalfittura;—ma riguardando poi più attentamente col lume, vedeva intorno alla ferita formarsi come una rosa d'un rosso pavonazzo, ed osservando il viso di Fieramosca vi scorgeva negli occhi e sulle labbra nascere un certo livido, le mani e l'orecchie color di bossolo, fredde ed irrigidite. Per esser nata e vissuta in levante, avendo pratica di trattar ferite d'ogni specie, tosto le nasceva il sospetto che il pugnale fosse avvelenato. Pregava il giovane a porsi sul letto; e reggendolo, non senza fatica, riusciva a farvelo salire; tastandogli il polso lo sentiva batter lento lento e come imprigionato.

Ma le pene del corpo eran nulla per Fieramosca a petto delle idee angosciose che a mano a mano gli s'andavano moltiplicando, presentandosi alla sua mente sotto forme sempre nuove. I casi accaduti in quella sera, ed il pericolo di Ginevra non gli avean lasciato fin allora pensare ad altro che ad essa; ma come al condannato l'ultima notte della sua vita, se può aver qualche ora di sonno, nello svegliarsi gli piomba tutt'a un tratto sul cuore l'idea della morte imminente, nello stesso modo appena potè Fieramosca risentirsi dallo sbalordimento in cui era, gli sovvenne della sfida, del giuramento prestato di non esporsi a rischi di riportar ferite: pensò della vergogna che era per incontrare mancandovi, del dolore di non poter alzar la spada coi suoi compagni; dello scherno che farebbero i Francesi di lui, del perduto onore italiano; e queste immagini tutte insieme lo saettarono di tanta forza nella parte più sensibile del cuore, che tutti i muscoli del suo corpo si contrassero con un moto convulsivo, e gli uscì dal petto un sospiro così amaro, che Zoraide balzò in piedi sbigottita, domandandogliene la cagione. Ettore esclamava:

—Io son vituperato per sempre! La sfida, Zoraide, la sfida! (si batteva col pugno la fronte); mancano pochi giorni, e mi sento ridotto di qualità, che non potrei tornar gagliardo neppure in un mese. Oh Dio! per che gran peccato mi tocca questa sciagura?—

La giovane a queste parole non sapeva che rispondere, ma probabilmente più che alla battaglia pensava al presente pericolo di colui che tanto le stava nel cuore; pericolo che la sua esperienza le mostrava ogni tratto divenir più grave. A quel momento d'orgasmo avea con un subito passaggio tenuto dietro una specie di letargo: era caduto supino, la testa rovesciata sul guanciale, più pallido che mai; il batter delle vene del collo si mostrava convulse, e, guardando Zoraide la ferita, trovò il rosso attorno cresciuto quasi d'un dito.

Ed Ettore pur seguitava a dolersi, e diceva:—Ecco il campione dell'onore italiano! ecco il glorioso fine della battaglia, delle braverie e dei vanti che n'abbiamo menati! eppure in faccia a Dio, dov'è il mio delitto? potevo fare altrimenti che non ho fatto?—

Ma queste ragioni eran ben lungi dal recargli sollievo, e pensava:

—E a chi racconterò questa storia? a chi dirò le mie ragioni? ed anche dicendole non parrà vero ai nemici poter fingere di non crederle, e dire: Ettore immaginò queste ciance perchè avea paura di noi.—