Unitamente ad uno scoppio più forte delle artiglierie del campo, i vetri, i piombi ed il legname d’una delle maggiori finestre, infranti in minutissimi pezzi caddero in chiesa, sfracellandosi e rimbalzando pei cornicioni, per le mura e per tutti gli sporti che venivan trovando, con tanto calcinaccio e polverio e ragnateli che parve rovinasse la volta.
Per fortuna gran parte de’ rottami cadde su un altare chiuso da un balaustro, onde nessuno venne offeso.
V’era il costume in que’ tempi tra i soldati che campeggiavano una terra ogni volta che, venissero loro sborsate le paghe, o fosse la festa del Sovrano che li pagava, nelle occasioni infine, ove parea loro da mostrare allegrezza, di abbassar d’un palmo le culatte de’ pezzi d’artiglieria piantati per batter i bastioni, poi dar fuoco sparando all’impazzata senza torre la mira, onde le palle dando loro quest’arcata passavano al di sopra delle mura ed andavano a cadere in mezzo alla città ove storpiavano ed uccidevano Dio sa quanti, che ci avevano che fare quanto la persona che ci usa la cortesia di tener questo libro tra le mani. E questa bella allegria (tutto sta intendersi) si chiamava far gazzarra.
Il campo del principe d’Orange si trovava appunto in uno di questi tali impeti di buon umore, e facendo gazzarra quella mattina, una palla colse la chiesa di S. Marco, un’altra ferì in piazza S. Giovanni, uno de’ migliori soldati del capitano Sandrino Monaldi, ed in altre parti della città furon fatti molti inaspettati danni.
Questo caso non alterò gran fatto nè i soldati nè Niccolò nè i suoi figli. Le due giovani un poco si sbigottirono, ma visto non era altro, presto si dettero pace.
Quello che si mostrò meno ardito di tutti, e gli servan di scusa lo stato e l’età cadente, fu il padre che diceva messa.
Il senso del timore superò in lui in quel momento ogni altro rispetto, e per dir il vero tanto rovinìo e tanto fracasso a chi non se l’aspettava, dovea fare un certo senso: fe’ gobbe le spalle, abbassando il capo, e coprendosele colle mani disse—Dio mio, misericordia!—E se il robusto laico non l’avesse afferrato sotto l’ascella forse cadeva.
Fin qui però v’era poco male, ed il laico avea meritato bene anzi chè no dal suo superiore.
Il male fu, che nel reggerlo, vistolo tanto sgomentato per un accidente che a lui pareva assai leggiero, gli venne una tal voglia di ridere, che a malgrado de’ suoi sforzi per vincerla alla fine pur gli convenne lasciarsi andare, e scoppiò in una risata la più sonora e sgangherata del mondo, ed avendo le mani impedite nel sostenere il buon vecchio, che ancora tremava a verga a verga, non potè nè volgere il capo altrove, nè porsi una mano sulla bocca, nè soccorrer se stesso con que’ rimedi che s’adoprano in cotali casi.