CAPITOLO II.
Molti fra gli astanti avean posto mente allo sbigottimento del frate che diceva messa. Pel rispetto che gli si portava, era saputo male alla maggior parte che il laico fosse stato tanto ardito da ridergli in viso a quel modo, e se ne maravigliarono credendolo un laico da dozzina, un qualche villano che avesse lasciata la vanga per entrar in religione.
S’ingannavano: ed affinchè il lettore anch’esso non istupisca del suo fare, gli diremo chi egli fosse più brevemente che si potrà.
Gl’Italiani al giorno d’oggi sanno l’istoria della loro patria, onde se il nostro lettore è italiano, avrà a mente senza dubbio una disfida che venne combattuta presso Barletta dai nostri contro i francesi, ove gli ultimi rimasero perdenti.
Ove poi questo nostro libro venisse tra mano a qualche straniero lo pregheremmo a dar un’occhiata al Guicciardini, al Giovio, od al Muratori, anno 1503, e vi troverà narrata questa disfida, e, tra i guerrieri Italiani, mentovato un certo Tito da Lodi, soprannominato il Fanfulla, il quale al dir del Giovio specialmente, era uomo prode, ma di nuova e capricciosa natura.
Costui quando Consalvo ebbe conquistato interamente il regno di Napoli, ricevè come gli altri uomini della compagnia del signor Prospero Colonna alla quale apparteneva, la sua parte delle spoglie de’ vinti, e la convertì con grandissima fretta in due centinaja di bei ducati d’oro.
L’ultimo giorno del primo mese che passò in Napoli, dopo aver riscosso questa somma dovette dividersi dall’ultimo de’ suoi ducati, il quale andò nella borsa di coloro che giocavano al lanzichinecco (oggi zecchinetta) con miglior fortuna, o maggior astuzia di lui, a tener compagnia agli altri centonovantanove.
Egli avrebbe avuto, è vero, un buon cavallo ed un ottimo arnese da vendere, o da impegnare, e potuto così scialare un altro poco, ma ebbe pur senno bastante per capire che sarebbe stato lo stesso come per un cieco vender il violino che lo fa campare.