Si rassegnò, confortandosi col dire «Oramai mi son fatto tanto conoscere, che dove m’accosto trovo pane.»
Il signor Prospero non l’avea voluto più nella compagnia per non so che quistione avuta con certi compagni, nella quale avendo il torto, s’era fatta una ragione a suo modo a furia di busse.
Ciò non ostante quando si trovò al verde, l’andò a trovare al palazzo Gravina, sulla piazza ove oggi è la fontana di Montoliveto, senza curarsi di passar per un’anticamera piena di que’ suoi avversari, e quando gli si trovò davanti, disse che non veniva a richiederlo d’altro se non che d’un attestato in iscritto com’egli avesse combattuto nella disfida di Barletta, e poi gl’insegnasse per sua cortesia qual fosse il paese più vicino ove si menasser le mani.
Il signor Prospero, che pur gli voleva bene, conoscendolo un diavolo ardito, come se ne trovan pochi, gli fece una carta a modo di benservito, tutta in sua lode, poi l’avviò in campagna di Roma ove si messe colla parte colonnese durante i torbidi che tennero dietro alla morte d’Alessandro VI, che turbarono il breve pontificato di Pio III, ed il principio di quello di Giulio II.
Seguì questo fiero pontefice nelle sue imprese di Romagna, poscia, per non allungarla troppo, venne al suo solito mutando padroni sino al 1527, ed in quel frattempo non accadde in Italia fatto d’arme d’importanza ove egli non si trovasse.
Lasciò un occhio alla battaglia di Ravenna, due dita della mano manca a Marignano, rimase per morto sul campo alla giornata di Pavia, e quantunque dopo tante batoste si trovasse ridotto a camminare un po’ sciancato, a dolersi ne’ luoghi ov’era stato ferito, ogni volta che volea cambiar il tempo, quantunque i suoi baffi già così neri, apparissero ora come se vi fosse brinato, nulladimeno lo troviamo la mattina del sei di maggio del 1527 (e Dio sa se vorremmo poterlo tacere!) al piè delle mura di Roma tenendo colle due mani in equilibrio una lunga scala a piuoli in mezzo alla feccia de’ più sfrenati malandrini che prendessero in quel tempo il nome di soldati, i quali guidati da Borbone stavan per dar l’assalto alla capitale del mondo cristiano.
La scala di Fanfulla, detto fatto, si trovò appoggiata ai merli e piena dal fondo alla cima d’altrettanti di quei satanassi quanti aveva piuoli. Sul più alto, già s’intende, era Fanfulla, che i suoi compagni videro un momento dopo cacciarsi tra i merli e sparir tra il fumo delle archibugiate, e volendo seguirlo vennero ributtati, nè poterono superar le mura se non alcuni minuti dopo.
Per quanto possa un cervello umano esser fertile ad immaginar fatti i più strani, i più turpi, i più atroci onde formarne un tutto che gli rappresenti il sacco dato a Roma in quell’occasione dall’esercito di Borbone, rimarrà sempre addietro dagli orrori, de’ quali gli storici hanno a noi tramandata la memoria.
Passò un giorno, poi un altro ed un altro, e nacque tra soldati un bisbiglio.
—Fanfulla dov’è? Che è stato di Fanfulla?—tutti ne domandavano e Fanfulla non compariva.