Quelli che conoscono di qual pasta sia il buon cuore della gente d’arme, non dureranno fatica a credere che, a malgrado di questa premura, non trovar Fanfulla, domandar di lui, crederlo morto e sotterrato, e non pensarvi più, tutto accadde in un quarto d’ora.
Ma Fanfulla non era morto.
Stava zitto e contento nella cantina d’un canonico di S. Maria in Trastevere, ove s’era chiuso conducendovi il padrone e la fante acciò gl’insegnassero la botte migliore. Riposatosi molto a suo bell’agio, e fattovi un fianco da prelati, riscappò fuori dopo tre giorni.
Ma il povero canonico, o fosse lo spavento provato in tutto quel tempo di vedersi a discrezione d’un omaccio di quel taglio, che ad ogni momento gli pareva avesse a spiccargli il capo con un rovescio di quel suo maledetto spadone, o fosse il disagio sofferto, chè Fanfulla ubbriaco per far ora tra un pasto e l’altro, voleva per forza insegnargli a schermire, e quando non lavorava a suo modo le pugna fioccavano, il fatto sta che s’ammalò ed in pochi giorni se n’andò all’altro mondo.
Ora finalmente ci troviam presso a poter dir bene del nostro Lodigiano: pure ci rimane a narrare l’ultima sua pazzia, la quale pur troppo non fa parer bugiardo il proverbio volgare «che la più dura a rodere è sempre la coda».
Uscito dunque mezzo balordo e trasognato dalla cantina del povero canonico, trovò la città vinta e soggetta del tutto, e le chiese, i palagi, le case, gli sventurati cittadini, le loro robe, tutto insomma in balìa, non dirò dell’esercito, che questo nome suppone Capi che comandino, e soldati che obbediscano, ma di quella masnada d’assassini senza legge, senza fede, senza discrezione, e senza misericordia.
Clemente VII dall’alto di castel S. Angelo ove era chiuso poteva scorgere gl’incendj serpeggiare per la città, udir gli urli, i pianti, i lamenti di quelli che venivan tormentati onde scoprissero i tesori nascosti, le grida forsennate, le risa feroci, lo sgavazzare sfrenato dei vincitori.
Per le strade di Roma si trovava qua una casa che ardeva, là un’altra consumata di fresco dalle fiamme divenuta uno scheletro informe ed annerito. Sulle cime de’ muri rimasti in piedi vedevi star in bilico travi ancor fumanti, disordinate e sporgenti. Sotto monti di rottami, di calcinacci, di tavole e di masserizie infrante ed abbrustolite giacevan cadaveri schiacciati, de’ quali molti perduta ogni umana sembianza mostravan fuori delle rovine o braccio, o piede, o capo, tutto poi intriso di sangue, sozzo e contaminato d’ogni bruttura.