All’ora fissata si condusse alla Lisa; messosi indosso un buon giaco con maniche di maglia, una daga ed una mezza spada accanto, coprì quest’arme con un sajaccio logoro, ed il capo con un cappello a larghe falde che nascondeva però una cuffia di ferro, e detto addio alla Niccolosa s’avviarono, che il cielo cominciava a divenir fosco. Usciron per Porta la Croce, e volti a manritta giunsero in riva d’Arno, il quale per le piogge scorreva assai ben gonfio, e seguitando taciti la ripa del fiume venivan risalendo contro la corrente. Ad ora ad ora s’incontravan passi difficili; più d’una gora che sboccava in Arno dette loro grande impedimento. Allora il buon Fanfulla si recava sul braccio ritto la donna, sul sinistro il fanciullo, ed entrando nell’acqua a passi lenti e studiati, li trasportava sulla ripa di là.

—Quanti disagi vi tocca a soffrir per noi!—diceva la Lisa tutta commossa: ed egli, che in 53 anni d’una vita travagliata da mille perversi accidenti non avea mai saputo che fosse la malinconia (salvo negli ultimi tempi che passò in S. Marco) rispondeva:

—Eh! madonna, per intaccarmi il cuojo ci vuol altro che quattro gocce d’acqua e un po’ di mota. Io, vedete, son fatto come i ciuchi, che alla stalla s’ammalano, e perchè stiano di buona voglia,... lavorare, e picchiate.—

Poi vedendola stanca ed afflitta si studiava di farle animo dicendo:

—Voi che non siete uscita mai del carruccio del babbo, vi parrà gran cosa questo andar così di notte par questi luoghi, ma non dubitate, siete in compagnia di chi vi difenderebbe contra cento. Che volete? Chi non muore convien che abbia travagli. A tutti ne toccano. Ed io, che ne so qualche cosa, vi dico, che appunto quando pare che il mondo ci rovini addosso, in un baleno la ruota dà una volta, si muta il vento, ed eccoci scampati...—

Qui la Lisa, che oramai si trascinava a stento, chiese di potersi riposare un momento: e sedutasi in terra volgeva le pupille umide verso Firenze, dalla quale s’eran dilungati poco più di mezzo miglio. L’atmosfera occupata da una nebbia rada nelle parti superiori del cielo, e fitta soltanto all’orizzonte, era debolmente rischiarata dalla nuova luna che stava per tramontare. Essa appariva rossiccia e senza raggi, poco più alta degli edifici e delle torri della città, la quale si mostrava quasi una massa bruna ed addentellata, senza che nessun fuoco, nessun lume interrompesse quell’uniforme oscurità, senza una voce, od uno strepito qualunque che richiamasse l’idea della vita. Cosicchè un poeta avrebbe potuto dire ch’essa stava pensosa del fato che le sovrastava.... Soltanto il fragore sordo e lontano delle acque che rompevano contro la pescaja de’ mulini de’ Serristori feriva l’orecchio della Lisa e le empievano il cuore d’un senso di terrore inesplicabile, del quale eran causa ed effetto a vicenda gli angosciosi pensieri che l’agitavano. Finchè era rimasta in Firenze, benchè cacciata di casa sua, le era però sempre sembrato di rimanere unita con qualche vincolo ad essa ed alla sua famiglia: potea sempre creder possibile una riconciliazione. Ora le pareva avere colla sua partita rotto l’ultimo filo che la congiungesse ancora a’ suoi, alla sua patria, alle amiche della fanciullezza, a quelle care e perenni memorie dei luoghi ove si provarono le più pure gioje, ed i più brevi affanni della vita. Allevata ne’ pensieri d’amor di patria, avvezza fin da fanciulla a detestarne i nemici, e coll’orecchio ancor pieno de’ vituperosi nomi che dal padre e da’ fratelli udiva porre a chi si mostrava avverso alla dottrina del Frate ed alla libertà, non riusciva, malgrado il suo amore per Troilo, nè a scancellare dal suo cuore le prime impressioni dell’infanzia, nè a sradicarne quegli effetti che le eran però sembrati belli e santi per tanto tempo, e che l’amore avea sopraffatti senza poterli interamente distruggere. Si trovava ora ribelle al padre, ribelle e nemica alla patria. Si sentiva inseguita dalla maledizione di Niccolò, da quella di tutti i virtuosi cittadini che rimanevano tra quelle mura a cadervi o di fame o di ferro, guardando la torre di Palazzo vecchio, nella quale s’era avvezzata a personificare, per dir così, l’idea del popolo e della libertà fiorentina, le parea vedere un fantasma vendicatore che spiasse la sua fuga per giungerla poi e punirla con qualche nuova e più tremenda sventura.

E se distogliendo la mente da queste lugubri immagini, voleva rasserenarla nel pensiero di Troilo che stava per rivedere, le veniva turbata questa speranza da un dubbio non ammesso dal suo cuore, ma che importuno s’ostinava però sempre a volervi entrare, e le diceva: «Sei tu certa della sua fede? Sei tu certa che egli t’accolga? Puoi tu confidar tanto in lui, che da più d’un anno non t’ha nè scritto, nè fatto dir parola del fatto suo?»

Questo tormentoso sospetto la trafisse in guisa che dovè alzarsi e proseguire la via, non potendo patire tanta incertezza, e bramosa d’uscirne presto e ad ogni costo. Dopo non molto trovarono il navicello, v’entrarono, e non senza gran fatica per la forza della corrente, si trasferirono all’altra sponda. Usciti all’asciutto, ripresero il lor cammino all’insù lungo la riva, per condursi dietro la collina ove siede la villa, allora de’ Guicciardini, detta la Bugia. Quando a Fanfulla parve tempo, lasciato il fiume, volsero a man ritta, e traversata la strada d’Arezzo presero per gli uliveti a salir il dosso del colle. Egli aveva in animo di scendere poi in val d’Ema, e risalire a S. Margherita a Montici, chiesetta ov’eran le bande di Sciarra Colonna, non molto discosta dal pian de’ Giullari, che potea dirsi il cuore degli alloggiamenti, essendo stanza del principe d’Orange.